Emmy Awards 2026
Tra il trionfo di Widow’s Bay e il bis di The Pitt, ecco cosa racconta oggi la tv americana

Più che una semplice passerella di vincitori, la settantottesima edizione degli Emmy Awards ha restituito un’immagine precisa della televisione americana odierna: da una parte il trionfo di Widow’s Bay, con quattordici statuette e un nuovo record per una comedy; dall’altra il secondo Emmy consecutivo per The Pitt, ormai tra i titoli più solidi della serialità contemporanea. Si tratta di un doppio risultato che racconta due direzioni opposte, tra la reinvenzione dei generi e il ritorno di forme televisive consolidate.
Nel caso di The Pitt, infatti, il trionfo porta con sé un paradosso. Mentre la Television Academy consacra la serie, infatti, continua la battaglia legale degli eredi di Michael Crichton relativa alla sua presunta derivazione da un progetto di reboot di E.R.: una questione aperta che rende questo successo ancora più interessante. Dopo il successo della prima stagione, dunque, The Pitt s’aggiudica per il secondo anno consecutivo sia l’Emmy per la miglior serie drammatica sia quello a Noah Wyle come miglior attore protagonista. La serie diventa così la prima dai tempi di Mad Men a conquistare il premio per il miglior drama con le sue prime due stagioni; e Wyle è il primo interprete, dopo Bryan Cranston in Breaking Bad, a riuscirci come attore.
C’è, nel ritorno di Wyle dietro un bancone d’ospedale, qualcosa di quasi metatestuale, poiché per oltre vent’anni è stato John Carter in E.R., mentre oggi è il dottor Robby Robinavitch, premiato di nuovo per il ruolo di un medico. Ma The Pitt non vive solo di memoria televisiva, dato che la sua forza sta nell’avere ripreso il medical drama sottoponendolo a un realismo più duro, fisico, post-pandemico. Ed è proprio questa dimensione a dare ancora più peso alle parole dello showrunner R. Scott Gemmill, il quale dal palco ha parlato di una comunità di medici e infermieri che prova a fare la cosa giusta in un momento in cui la realtà sembra spesso superare la fiction. La serie mette in scena un sistema sanitario privo di rassicurazioni, tra turni estenuanti, emergenze continue, decisioni prese in pochi secondi; e lo fa con un realismo così insistito da rendere alcune sequenze difficili da sostenere.
Poi c’è Widow’s Bay. Se The Pitt rappresenta la continuità, infatti, la serie di Apple TV+ creata da Katie Dippold è la vera sorpresa della stagione televisiva, con i suoi quattordici Emmy conquistati su diciannove nomination: un record per una comedy, superiore persino alle tredici statuette ottenute l’anno scorso da The Studio. Ma il dato numerico non basta a spiegare il fenomeno. Widow’s Bay attraversa horror, satira, assurdo e racconto comunitario senza preoccuparsi di stabilire dove finisca un genere e ne inizi un altro. È proprio questa ambiguità a renderla uno tra i prodotti più interessanti della stagione, con l’orrore che diventa una forma di commedia, la commedia un modo per parlare del presente, il soprannaturale un dispositivo per mettere in scena ansie concrete. Il risultato è una serie che non si limita a vincere, ma sposta il confine di ciò che oggi può essere considerato comedy. E Matthew Rhys (nella foto in alto) ne è la prova più evidente, in quanto l’attore conquista nella stessa serata due Emmy da protagonista, uno proprio per Widow’s Bay nella categoria comedy e l’altro per The Beast in Me tra le limited series, proponendosi come il primo interprete nella storia degli “Oscar della televisione” a riuscirci in una stessa edizione.
La continuità ha comunque il suo spazio, grazie anche alla bravissima Jean Smart, che riesce a conquistare addirittura per la quinta volta consecutiva il premio come miglior attrice comedy per Hacks, giunta alla sua stagione conclusiva. E si tratta davvero di una chiusura quasi perfetta per una tra le interpretazioni più solide nella storia della commedia televisiva americana. Smart raggiunge così quota otto Emmy vinti da attrice, affiancando in questo club esclusivo autentiche fuoriclasse come Allison Janney, Cloris Leachman e Julia Louis-Dreyfus, tra le interpreti più premiate nella storia della manifestazione.
E se Jean Smart giunge alla consacrazione di un percorso, Rhea Seehorn ottiene un riconoscimento arrivato dopo anni di attesa, trionfando come miglior protagonista drammatica per Pluribus, la nuova serie di Vince Gilligan che, dopo Breaking Bad e Better Call Saul, abbandona il terreno criminale per la fantascienza e interroga il rapporto tra individuo e società. È un ritorno all’inquietudine, ma con strumenti diversi: non più il crimine e le sue conseguenze, bensì una società più felice che costringe a chiedersi quanto siamo disposti a sacrificare della nostra individualità in cambio della felicità.
Quando gli Emmy diventano memoria. Mentre DTF St. Louis vince come miglior miniserie, Stephen Colbert s’aggiudica l’ambito premio per The Late Show, ottenendo una vittoria che, dopo la cancellazione del programma, ha il sapore di un congedo. Poi c’è Michael J. Fox, premiato con il Bob Hope Humanitarian Award per il lavoro sul Parkinson portato avanti dalla sua fondazione: la standing ovation che lo accompagna è forse il momento più intenso dell’intera serata, perché più che i vincitori a essere celebrata è la televisione stessa, con la sua storia e col legame profondo che da sempre sa creare con il pubblico.
In definitiva, anche quest’anno la serata degli Emmy ha offerto l’occasione per riflettere sull’innata capacità della televisione americana di mettere costantemente in discussione le proprie forme. Tra generi che si contaminano l’uno con l’altro e linguaggi noti portati verso direzioni spesso inedite o comunque sorprendenti, infatti, i premi di quest’anno restituiscono l’immagine di un medium tutt’altro che immobile, ma anzi più cangiante che mai. Più che fotografare lo stato della televisione, il 2026 ne ha mostrato, dunque, il movimento continuo. Ed è forse proprio questa la cosa più interessante: non sapere ancora quale forma potrà avere la televisione di domani.
