Una rilettura "politica" del film di Moretti vent'anni dopo

CRITICAL NOTES

Il caimano e Waldusconi


Lorenzo Di Paola · 3 August 2026


Chi era Berlusconi? Figura carismatica, entusiasmante, buffonesca. In ordine è stato: un cantante sulle navi da crociera, un imprenditore, un Cavaliere del Lavoro, un piduista, un presidente del calcio che conta, un politico colluso con la mafia, un tombeur de femme. «[…] Ma vi assicuro che non è una pornostar» (o forse sì).

Tutto questo non lo si evince da Il caimano, il film di Nanni Moretti che quest’anno celebra i vent’anni dall’uscita, siccome «tutti sanno già tutto […] chi voleva sapere sa». Piuttosto, l’anima del milanese aleggia attraverso il lungometraggio, compare qua e là, s’insinua nelle vicende più insignificanti e misere della vita di Bruno Bonomo e di chi gli sta attorno. Prima la mimesi immaginifica (Elio De Capitani), poi la versione provvisoria; infine (in un colpo di scena alquanto inaspettato, ma non poteva essere altrimenti) la simbiosi protagonista-regista. Perché, in fondo, la vera domanda da porsi è un’altra. Chi di voi non ha mai giocato a Where’s Waldo? Il gioco è il seguente: bisogna individuare un tizio con occhialoni, cappello e maglia a righe rosse e bianche, jeans e bastone da passeggio tra una folla indistinguibile di persone. Bene, ora tocca a voi. Dovete individuare un tizio dalla stempiatura alta, faccia plasticosa, sorriso e sguardo beffardo e un cumulo di soldi piombati dal nulla. Pronti? E… via! Dov’è Berlusconi?

Bruno: «[…] Ma comunque ha già vinto. Berlusconi vent’anni fa, trent’anni fa con le sue televisioni ci ha cambiato la testa, hai capito? E poi, comunque io non sono d’accordo… c’è qualcosa nella vostra sceneggiatura che non mi convin…»;

Teresa: «Ma non l’hai letta! Leggila no, e poi, dopo…»;

Bruno: «Non l’ho letta, lo so! Va bene! Ma è come se l’avessi letta! Perché io lo so cosa c’è scritto. Eh eh! Perché c’è, lì, quello che il pubblico di sinistra vuole sentirsi dire. Berlusconi che si fa il lifting e gli riesce male, il trapianto di capelli e gli riesce bene. Tutti a ridere!»;

Teresa: «Ma questo non è il mio film, però»;

Bruno: «E va bene, non è il tuo film, ma tutti a ridere, cosa c’è da ridere? Poi io, ho un altro progetto, capito? […] Sto scrivendo un film comico a cui tengo moltissimo, una commedia che mi piace tanto!»;

Teresa: «Ah, una commedia! E ti sembra questo il momento di fare una commedia?»;

Bruno: «Teresa, è sempre il momento di fare una commedia. Sempre!».

Il caimano non è un’opera perfetta, tutt’altro. Escludendo la primissima, esilarante sequenza da b-movie di Cataratte – profetica l’apparizione dell’altro narratore del mondo berlusconiano, in un dittico d’impossibile incompletezza filmica, cioè Paolo Sorrentino – ha un inizio lento, macchinoso, con una storia di divorzio mancante di mordente. Federico Frusciante lo definiva «un film molto irrisolto». Ma è proprio la sua irrisolutezza, il trattare vicende apparentemente comuni e innocue il suo miglior pregio.

Dov’è, quindi, Berlusconi?

È insito nel carattere di Bruno (un grande Silvio Orlando), che l’ha «pure votato!», impaurito dalla sola possibilità di produrre un’opera simile. Un’esistenza attraversata dall’ansia di (soprav)vivere, propria e dei figli, che colpisce di giorno (produrre un film equivale a far bene i compiti) e nel cuore della notte (trovare il denaro, un insignificante pezzo giallo di Lego). Segnata dalla distruzione di cose bellissime: una fine di matrimonio mai davvero accettata fino all’ultimo scambio di sguardi in macchina – da presa e auto –, sorpassandosi ancora una volta dopo l’altra.

Berlusconi è nell’atteggiamento da viscido bonario di Mario (Michele Placido), sempre pronto a buttare in mezzo “l’amico Gianmaria” e un attimo dopo intento a fare il porco in chiamate erotiche con giovani amanti. Berlusconi è nel potere venduto al miglior offerente. Berlusconi è nel venir meno di tutte le condizioni, i produttori, registi e attori dal film di Teresa (Jasmine Trinca) – un’epopea giovanile, la sua, tutt’ora attuale in un Paese boomer-populista – per attraccare alla Niña di Cristoforo Colombo prodotta da Aurelio De Laurentiis (qui agli albori della presidenza del Napoli). Rimane soltanto una giornata di riprese: quanto basta per gettare il dissenso nel silenzio.

Berlusconi è colui che ha sdoganato l’inaccettabile attraverso un’estetica di paillettes, soubrette e tapiri d’oro. Colui che attaccava col sorriso. Colui che ha forgiato l’Italia intercettandone il lato peggiore, un Paese «tra orrore e folklore». Colui che ha capito chi era l’italiano medio incarnandolo meglio di tutti. L’italiano medio per cui il calcio tira più di ogni slogan; per cui il furbo è meglio dell’onesto; che «ha donato tanto lavoro e prosperità», quanti favori e leggi ad hoc; che sostiene a spada tratta «l’avresti fatto anche tu al posto suo» a ogni festino, magagna e magna-magna.

Un po’ come l’omonimo Waldo al centro di una tra le migliori puntate di Black Mirror, dall’epoca d’oro delle prime stagioni: un pupazzo comico divenuto politicante in cui potersi identificare per stare con la pancia piena e la coscienza a posto. Il ragionamento è semplice: «se lo fa lui, allora posso anch’io». E la grandezza di Nanni Moretti la dimostrano quegli inquietanti ultimi minuti in cui ne veste i panni, prevedendone sia la condanna sia la rivolta popolare a suo favore (quanto diverse dall’assalto a Capitol Hill del 2021? Quanto diverso dal clamore degli Epstein Files tramutato in un rumore bianco di sottofondo?).

Berlusconi ha vinto perché, pur essendo morto da qualche anno, ci ha lasciato un’eredità socioculturale quasi impossibile da sradicare: ci ha lasciato senza niente da dire. Perché tutti sanno già tutto.


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