L'esilarante film anticapitalista dei Looney Tunes

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La recensione di Coyote vs. ACME

Claudio Gargano · 4 September 2026


In Coyote vs. ACME il parossismo anarcoide tipico dei Looney Tunes della Warner Bros. viene fruttuosamente innestato in una storia che parte da una trovata geniale, nata da un articolo di Ian Frazer pubblicato nel 1990 su The New Yorker e in seguito sviluppata da James Gunn (affine ovviamente allo spirito del progetto), Jeremy Slater e Samy Burch: dopo decenni di esplosioni, schiacciamenti e rovinose cadute nei Canyon, infatti, Wile E. Coyote decide finalmente di fare causa alla ACME, famigerata industria produttrice di quegli infernali marchingegni responsabili delle sue dolorose disfatte.

Proprio il mutismo del Coyote diventa occasione di gag esilaranti tra il celebre personaggio dei cartoons e l’avvocato Kevin Avery, cognome non casuale che si richiama al grande Tex Avery, padre di buona parte degli sfrenati cartoni della Golden Age della Warner. Non è neanche un caso che il consociato si chiami Jones, come Chuck Jones, altro geniale autore dei Looney Tunes. Come in Chi ha incastrato Roger Rabbit?, ma in maniera aggiornata ai ritmi delle narrazioni attuali, le dinamiche dei cartoons penetrano nella vita quotidiana degli umani, mandandoli letteralmente a gambe all’aria, provocando così momenti irresistibili in cui le leggi della fisica vengono piegate alla logica, anzi alla illogicità, dell’animazione comica.

Nel film diretto da Dave Green, però, è presente anche un livello di lettura più profondo, in base al quale la malvagia multinazionale ACME può essere facilmente identificata con la stessa Warner Bros., la quale per tre anni ha impedito che il lungometraggio, ormai completato, venisse distribuito, dopo aver riscosso ben 30 milioni di sgravi fiscali proprio per la mancata distribuzione. Almeno fin quando, dopo una campagna online, il lavoro è stato acquistato dalla Ketchup Entertainment. Ed è qui che Coyote vs. ACME, divertente e a tratti geniale, si trasforma in una critica alle conglomerate dell’attuale capitalismo neoliberista, in cui paradossalmente la Warner, accostata alla malvagia multinazionale del film, funge da cattivo. Il punto di vista è alimentato, tra l’altro, anche dalla riuscitissima campagna di marketing, nella quale è stato ironicamente sottolineato come la ACME non volesse far vedere questo film e come la Warner fosse in realtà “interamente controllata dalla ACME corporation”.

I cameo di Bugs Bunny, Daffy Duck, della nonnina di Titti, persino della versione animata del grande attore caratterista Peter Lorre arricchiscono ulteriormente il film di gustose citazioni, Easter eggs, riferimenti metanarrativi che contribuiscono a dare al tutto un enorme valore aggiunto, concretizzatosi in sfrenata comicità slapstick irriverente, tipica delle produzioni animate Warner. Peccato davvero che l’avidità, la cecità e la mancanza di lungimiranza dei dirigenti attuali abbiano bloccato per tre anni questo autentico gioiellino del cinema d’animazione contemporaneo.


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