Odissea (Christopher Nolan)

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Nolan, Borges e l’Omero che nessuno voleva

Rosario Gallone · 19 July 2026


«Per le sue passate o future virtù, ogni uomo è creditore d’ogni bontà, ma anche d’ogni tradimento, per le sue infamie del passato o del futuro. Come nei giuochi d’azzardo le cifre pari e le dispari tendono all’equilibrio, cosi l’ingegno e la stoltezza si annullano e si correggono». Così scriveva José Luis Borges nel racconto L’immortale ricompreso nella raccolta L’Aleph del 1949. Chi rimprovera a Christopher Nolan il “tradimento” (esercizio sterile che si ripropone ogni volta ci si trovi di fronte a un adattamento da un testo letterario) potrebbe fermarsi a riflettere sulla circostanza che l’Odissea forse è un poema insitamente nolaniano con quel suo incipit in medias res, la presenza di un narratore interno, lo stesso Ulisse, che riferisce a Calipso della guerra di Troia e del tormentato tragitto di ritorno.

In tempi di post-verità questo racconto, che si smembra in resoconti diversi (di Eumeo, Menelao, Ulisse stesso, senza tener conto della frottola di Antinoo sulla sua mancata partenza per Troia), è decisamente più calato nel contemporaneo di quanto la matrice classica lascerebbe pensare. Per il suo Ulisse, Nolan pare ispirarsi a Odysseus in America: Combat Trauma and the Trials of Homecoming in cui lo psichiatra Jonathan Shay, dopo essersi servito di Achille in Achilles in Vietnam: Combat Trauma and the Undoing of Character, utilizza il re di Itaca per parlare di stress post-traumatico dei reduci. Perché è proprio questo il protagonista del nuovo adattamento del poema omerico: un “ritornante” scisso tra l’orgoglio delle imprese e il senso di colpa per le morti causate (e non soltanto tra i suoi uomini). Il cavallo di Troia si fa sineddoche delle ipocrisie ossimoriche delle guerre moderne, definite spesso “missioni di pace”. È un trucco, un trompe l'oeil, un inganno. E Ulisse, proprio in virtù della sua intelligenza, non riesce a farsene una ragione.

L’ingegnosità dell’espediente e la stoltezza, insensatezza, del suo risultato si annullano. Questa volta The Prestige è sia il “trucco” che la reputazione dell’uomo Ulisse, così come tira in ballo anche quella di Nolan. Da un certo punto di vista, il regista fa di Ulisse una sorta di Leonard Shelby (il protagonista di Memento) che si sforza di ricordare (e meminisse è un verbo difettivo di presente) mentre i flash dal passato si configurano come le polaroid che lo aiutano. E allora il νόστος diventa anche quello di Nolan ad alcuni luoghi della sua filmografia: dalla spiaggia di Dunkirk (e gli Achei stipati nel cavallo fanno il paio coi soldati inglesi e scozzesi nascosti nell’imbarcazione arenata) al rapporto genitoriale di Interstellar (anche la ricomposizione della coppia Damon/Hathaway contribuisce) e Tenet, passando per la caverna di Bruce Wayne. Ma, come afferma Luca Malavasi nel volume sul regista da lui curato per Marsilio, «l’attitudine riflessiva del cinema di Nolan ha molto più a che fare con il problema, tipicamente modernista, della morale delle immagini: immagini intese come mezzi che inaugurano nuovi mondi, oggetti che entrano a far parte del mondo, pensieri che liberano nuovi modi di pensare e interpretare il mondo». Ragion per cui, ancora una volta, l’autore si specchia nel protagonista e, come lui, fa un bilancio della propria vita e delle proprie azioni/opere (il cinema si fa urlando “Azione!”) perché un film non è mai solo un film e si può ambire a rappresentare un mondo migliore (anche se magari quel partire insieme verso l’orizzonte è un sogno come il ricongiungersi di Jack e Rose nell’ultima inquadratura del Titanic di James Cameron). Sperando che qualche volta il mondo prenda esempio dai film giusti.


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