La cantante e artista americana da Shakespeare & Company

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Angeli in incognito: Patti Smith in Paris

From Paris,
Maya Rebecca Fidelia Gargiulo · 25 July 2026


 

 

Per presentare a Parigi il suo memoir Bread of Angels (edito in Italia da Bompiani col titolo Il pane degli angeli), Patti Smith non poteva scegliere sede più adatta. Nei giorni scorsi, infatti, nella suggestiva cornice di Shakespeare & Company, l’artista americana ha incontrato lettrici e lettori per parlare con loro del terzo capitolo dell’ideale trilogia fototestuale del ricordo che porta avanti fin dai primi anni Novanta. Lo ha fatto all’interno di quell’autentico tempio parigino della scrittura, noto per perpetuare – dalla fondazione nel 1919 per volere della libraia statunitense Sylvia Bleach fino all’acquisizione nel 1951 da parte di George Whitman e all’attuale continuazione dell’attività per opera di Sylvia Whitman, figlia dello storico mecenate – quella che è stata definita “un’utopia socialista mascherata da libreria”.

In Bread of Angels, Patti Smith cristallizza in una polifonia di intrecci affettivi, artistici e letterari l’afflato retrospettivo che a più riprese ha affrontato nella sua opera, facendone un sito di sintesi tra documentazione e invenzione, tra reale e immaginario. A proseguire un lavoro autobiografico avviato nel 1992 con Woolgathering (I tessitori di sogni, 2013) e divenuto oggetto di culto all’indomani dell’uscita di Just Kids (pubblicato simultaneamente negli Stati Uniti, in Italia e in Francia nel 2010), il terzo capitolo di questa ideale trilogia della sacerdotessa maudite è stato salutato dal grande pubblico in un luogo tutt’altro che fortuito. In quanto palinsesto di storie e vite che si dispiegano tanto nella propria portata episodica quanto nel loro spessore diacronico, infatti, la libreria Shakespeare & Company non si limita a evocare, per mezzo di testi e ricordi trasmessi alla posterità, quella costellazione di riferimenti alle lettere e alle arti francesi e statunitensi – da Rimbaud a Burroughs e de Kooning, da Proust a Corso e Dubuffet – sempre viva nella produzione dell’artista americana. Al contrario, essa agisce più specificatamente, volendo rielaborare le impressioni della cantautrice, poetessa e romanziera di Chicago, quale soglia materiale e simbolica dell’incontro e del divenire (the threshold of my becoming, p. 53), invitando ciascuno a scompaginare i limiti della linearità temporale per ricongiungersi con le schegge di un’esistenza (the jagged edge of a shard that when placed at an exact point would connect with corresponding fragments, p. 4) il cui racconto individuale risulta inscindibile dalla narrazione dell’altro da sé.

Se molteplici sono le artiste e gli artisti, le letterate e i letterati che durante più di un secolo si sono susseguiti e continuano a susseguirsi entro le mura di quello che ancora oggi si costituisce anzitutto come un luogo di accoglienza, destinato all’asilo, al sovvenzionamento e al dialogo interculturale con una comunità dalla provenienza geografica plurima, altrettante sono allora le figure che danno corpo non solo ai nostalgici aneddoti d’infanzia e alle folgoranti visioni adolescenziali, ma agli albi di famiglia e agli scatti di viaggio interpolati nei resoconti di Patti Smith. Affiancando, interrogando e raccogliendo la parola scritta attorno a sprazzi di visione che si fanno archivio, scavo e tramite di attraversamento del presente, tali testimonianze puntellano la narrazione e ne stratificano il respiro, dispiegando sulla pagina procedimenti ecfrastici che orientano tanto lo sguardo sulla dimensione privata quanto sugli intrecci di questa con la storia e la cultura del secondo Novecento.

In un’interrotta conversazione con i frammenti di un vissuto plurale, Bread of Angels ha dunque preso vita nella più consona delle sedi a esso destinate, tenendo fede alla massima eternata sulle mura della libreria parigina: “Non siate inospitali con gli stranieri, poiché potrebbero essere angeli in incognito” (be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise).


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