Nicolas Winding Refn e gli spettri degli anni Ottanta
REVIEWS
La recensione di Her Private Hell

La nebbia avvolge la città. Un non-luogo terrorizzato da un maniaco omicida e attraversato da un padre in cerca di sua figlia, scomparsa da poco. Quella piccola figura in impermeabile è lei oppure è soltanto un’immagine, una visione, una premonizione? Le note sospese e spettrali di Pino Donaggio s’insinuano nel fumo fisico e mentale del suo debutto cinematografico: Don’t Look Now (A Venezia… un dicembre rosso shocking, il terrificante titolo italiano) di Nicolas Roeg. Era il 1973 e a distanza di oltre cinquant’anni il celebre compositore di Burano si ritrova a collaborare con un altro Nicolas – differente, ma non così tanto – per affrontare ancora una volta una storia di fantasmi, nebbie, inferni e di padri e figlie: Her Private Hell.
D’altronde, il suo stesso autore, Nicolas Winding Refn, è stato uno spettro per un breve lasso di tempo: nel 2023, a causa di un grave problema cardiaco è stato considerato dai medici clinicamente morto per ben venticinque minuti. Tornato in vita ha deciso di riaffacciarsi al cinema, l’arte di filmare fantasmi, a dieci anni dal suo ultimo lungometraggio, The Neon Demon, e dopo le ultime sperimentazioni seriali di Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy. Così, prende forma la nuova fiaba operistica e fantascientifica del regista danese. In una Tokyo futuristica e cyberpunk immersa nella nebbia, l’attrice Elle (Sophie Thatcher) è pronta a girare il nuovo film di Johnny Thunder, suo padre, che raccoglie giovani modelle e le accumula nella propria casa come bambole. Il rapporto tormentato col genitore s’intreccia, però, con la figura oscura di Leatherman, un altro padre impazzito nella ricerca della propria figlia, il quale ora attraversa la nebbia dando la caccia a giovani donne per ucciderle e aprirne il petto. Intanto, ancora un altro padre, il soldato K (Charles Melton), si muove per ritrovare sua figlia scomparsa in uno spazio in bilico fra questa città del futuro e una sorta di passato mentale.
È fondamentale partire proprio dalla scelta di Pino Donaggio da parte del regista danese per addentrarsi nelle faglie iconografiche di Her Private Hell e comprendere il ritorno in sala di Refn. Nel corso del tour promozionale del film, infatti, l’autore ha insistito molto sulla sua natura “operistica” e sullo stretto rapporto che intercorre fra colonna sonora e immagini, ribadendo un principio che attraversa tutta la sua filmografia: spesso molti suoi lungometraggi nascono da un’immagine generata dall’ascolto di un brano. Eppure, ha affermato anche che Her Private Hell è stato il suo primo film che non riusciva a capire “come suonasse”. Da qui la scelta di Donaggio, la cui carriera genera ovvie associazioni con un certo archivio cinematografico, a partire dal cinema di genere italiano fino al sodalizio con De Palma.
Da Drive (2011) in poi Refn aveva trovato in Cliff Martinez un complice fondamentale per una ricerca estetica costruita proprio attraverso la musica. La synthwave del film con Ryan Gosling gli permetteva di rievocare un immaginario a lui molto caro, il cinema di genere anni Ottanta, senza limitarsi alla citazione. Attuava attraverso la musica una riflessione sull’immagine idealizzata e già mediatizzata di quell’epoca portandola all’estremo. Insomma, una sorta di versione iper-estetizzata di quell’immaginario che gli permetteva di descrivere il presente “infestandolo” di immagini del passato. Dunque, stavolta Refn sembra apparentemente essere giunto a un punto fondamentale della sua ricerca artistica, raccontando una storia di fantasmi musicata da uno tra i più importanti autori di colonne sonore degli anni Ottanta. Eppure, forse proprio a causa di ciò il film pare non funzionare.
Da Drive è passato più di un decennio e anche se Refn ci ha sempre abituato a rinascere e a cambiare pelle a ogni nuova opera, portando avanti un discorso artistico coerente e impermeabile tanto alle critiche quanto al successo, con Her Private Hell questa continua metamorfosi sembra giungere a un punto di saturazione. La rinascita è qui tanto biologica quanto cinematografica, ma proprio per questo la ricerca estetica del regista sembra raggiungere il proprio culmine fino a trasformarsi, paradossalmente, in immobilità: ciò che un tempo era capace di suggerire, evocare e far affiorare per sottrazione, ora viene esibito, reso immediatamente visibile. Gli spettri della synthwave di Drive, capaci di riempire i vuoti e i silenzi dell’immagine attraverso una musica che evocava un passato mai realmente esistito, qui sono già materializzati davanti allo spettatore. E così anche gli anni Ottanta, che Refn aveva saputo reinventare criticamente attraverso un immaginario contemporaneo, lasciano spazio a qualcosa che proviene direttamente da quella stagione cinematografica: le note di Donaggio. La loro presenza, associata a immagini fortemente estetizzanti e dichiaratamente citazioniste (da De Palma ad Argento), finisce però per rendere più esplicito e allo stesso tempo stucchevolmente visionario ciò che nei film precedenti emergeva invece attraverso un complesso gioco di allusioni, contaminazioni e riscritture.
Ciò che rimane è un’opera faticosa da attraversare, fin troppo concentrata nel mostrare quella visione artistica ed estetica che un tempo Refn riusciva, con maggiore forza, a evocare soltanto attraverso le immagini, i suoni e i vuoti. Eppure, nonostante ciò, Nicolas Winding Refn riesce a esercitare uno straordinario potere magnetico sul suo pubblico a causa della sua incessante e febbrile volontà di sperimentare, di cui anche questo film è manifestazione. Dunque, non si può far altro che attendere con trepidazione il suo prossimo progetto: il remake di Maniac Cop, B-movie horror di William Lustig del 1988. Ancora una volta gli anni Ottanta, ancora una volta morti che non muoiono e ancora una volta una rinascita.
