Liberare gli schermi
NOTE CRITICHE
Mohamed Challouf e il cinema arabo-africano “di risveglio”

Quello sostenuto da Mohamed Challouf, attivista, regista, produttore e fondatore, tra il 1983 e il 2018, dell’associazione per il restauro del patrimonio cinematografico arabo-africano Ciné-Sud Patrimoine e delle Giornate del Cinema Africano di Perugia, non ha mai smesso di essere un cinema da egli definito “di risveglio”. Una prassi mossa da un’urgenza innanzitutto politica, oltre che economica, sociale e culturale: liberare e riconoscere voci, corpi e sguardi, decolonizzando gli schermi per contribuire al raggiungimento dell’autodeterminazione invocata dal panafricanismo, movimento volto all’unificazione dell’Africa subsahariana, del Nord Africa e delle popolazioni coinvolte nella diaspora africana.
Di tale esperienza controegemonica, come della comunanza di questa con le cornici critiche, i principi estetici e le rivendicazioni politiche del Terzo Cinema (formalmente messo a punto dai teorici argentini Fernando Solanas e Octavio Getino), ha così ragionato il cineasta tunisino, ospite in questi giorni all’Accademia di Belle Arti di Napoli per una masterclass dal titolo Panafricanismo cinematografico: genealogie e restituzione di un patrimonio.
Inscrivendosi nell’ambito della seconda edizione di Manifesti per un cinema libero, rassegna a cura di Armando Andria e Gina Annunziata, l’incontro con le studentesse e gli studenti della Scuola di Cinema dell’Accademia è stato accompagnato dalla proiezione di Tahar Cheriaa à l’ombre du baobab (2015), opera che racchiude un lavoro individuale e collettivo di archiviazione e restituzione della memoria filmica arabo-africana in atto da circa sessant’anni. Il documentario, firmato da Challouf stesso, è dedicato all’ormai scomparso iniziatore delle Journées Cinématographiques de Carthage, nonché guida della Fédération Tunisienne des Ciné-Clubs – prima federazione del continente africano e tra le più grandi del mondo arabo – e strenuo difensore, assieme a storiche figure quali Ousmane Sembène, Férid Boughedir e Youssef Chahine, di un cinema in grado di formare nuove coscienze di resistenza.
Sono del resto le forme partecipate del ricordo, da agire tanto nella sfera simbolica quanto nell’arena materiale della loro elaborazione, trasmissione e revisione, a costituire il fulcro dell’impegno a cui Mohamed Challouf ha dedicato la propria vita, perpetuando la lezione dello stesso Cheriaa. «Esistono tre verità: la mia verità, la tua verità e la verità», afferma a tal proposito il regista allorché interpellato dalla platea, sottolineando l’esigenza quanto mai attuale di puntare lo sguardo sul controcampo delle narrazioni dominanti così da rintracciarvi non solo «il racconto degli oggetti», ma anche «ciò che le persone esprimono».
Quali sono allora le politiche della soggettività, le cartografie percorse e riconfigurate dal colonialismo all’indipendenza, gli spazi di democratizzazione della società e rielaborazione del trauma storico che emergono una volta estesi i margini del visibile tracciati dal Nord Globale? La risposta è da ricercare nelle immagini e nelle pellicole che testimoniano il lascito di una cultura esposta a un ulteriore, doloroso oblio. Sebbene costituiscano più che significative tracce finalmente riconsegnate alla fruizione, infatti, i capolavori arabo-africani diffusi e restaurati grazie all’African Film Heritage Project, alla Fédération Panafricaine des Cinéastes e alle cineteche – di Ouagadougou e Algeri nonché delle europee Bologna, Tolosa e Lisbona, rammenta Challouf – costituiscono soltanto una parte della più vasta impresa audiovisiva edificata a partire dagli anni Sessanta. Un’impresa i cui frutti rischiano di restare inaccessibili e finanche andare perduti, dato l’esiguo numero di tecniche, infrastrutture e tecnologie analogiche e digitali di adeguata preservazione dei materiali d’archivio presenti nel continente africano.
Se risulta imprescindibile, dunque, avanzare nella riappropriazione e nella riparazione, da parte degli storici, dei professionisti del settore e della memoria popolare, di un intero patrimonio culturale disperso o celato da gerarchie di selezione, ordinamento e legittimazione del reale, reclamare le proprie autorappresentazioni significa contemporaneamente scontrarsi con barriere ancora invalicabili. E, in tale stato delle cose, il dibattito sull’accesso ai mezzi di produzione, sul cinema del reale e sullo statuto degli archivi articola uno spazio di interrogazione in cui il passato si riversa sul presente, invocando responsabilità e agentività personali e comunitarie.
