Il DC Universe si dà al body horror
RECENSIONI
Clayface, ovvero del perché gli anni Ottanta non devono per forza essere presi in giro
C’è una tendenza a burlarsi degli anni Ottanta (con l’affetto comunque che si deve a una decade per la quale si prova nostalgia) e dell’immaginario prodotto che ha trasformato i reboot quasi in mea culpa. Come se gli autori mettessero le mani avanti e dicessero: «Scusate se per un attimo torniamo a essere dei fancazzisti come quando eravamo adolescenti». Già Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri di Jonathan Goldstein e John Francis Daley, nel 2023 trasformava l’omonimo gioco di ruolo creato nel 1974 da Gary Gygax e Dave Arneson in un’avventura picaresca decisamente sopra le righe (mentre la trasposizione del 2000 firmata da Courtney Solomon aveva la pesantezza del timore reverenziale).
Nel 2026, poi, è toccato a Masters of the Universe e Street Fighter (quest’ultimo nelle sale in questi giorni) buttare in caciara gli universi Mattel e Capcom, con tanto di loro benedizione produttiva. He-Man, nel film di Travis Knight, è fin dal prologo, in cui ci viene mostrato bambino, un pochissimo dotato combattente che non viene preso sul serio né a Eternia né a Oklahoma City. Street Fighter è ancora più esplicito, già a partire dalle scelte di cast & crew: alla regia c’è Kitao Sakurai, legato a doppio filo al comico Eric André (che, infatti, compare nei panni di Don Sauvage), mentre nel cast, oltre ad André, troviamo Andrew Schulz nei panni queer di Dan Hibiki (c’è da dire che anche l’He-Man di Nicholas Galitzine indossa il rosa con la stessa nonchalance del manager di Ken Masters per non dire del suo ruolo in Rosso, bianco e sangue blu).
A schierarsi contro questo trend giunge il Clayface prodotto da James Gunn (uno al quale piace fare casino, ma che per gli anni Ottanta ha una seria devozione), scritto da Mike Flanagan e diretto da James Watkins. Clayface è un film spiccio, che bada al sodo, che fa terra bruciata di qualsiasi stilema del cinecomic maturato negli anni di affermazione del Marvel Cinematic Universe.
Tanto per mettere le cose in chiaro fin dall’inizio, il titolo del film compare immediatamente nella prima inquadratura in basso a sinistra, senza inutili prologhi mitopoietici. I riferimenti di Watkins sono Darkman di Sam Raimi, La mosca di Cronenberg (oltre a quelli più alti, dal mito di Narciso a Dorian Gray), sia per quel che concerne il mood da body horror sia per il romanticismo sotteso e che, specie nel finale, ricorda La bella e la bestia, ma nella sua versione telefilmica eighties con Ron Perlman e Linda Hamilton.
L’ingenuità della messa in scena (per cui, come nota Andrea Fornasiero su MyMovies, a un certo punto Matt Hagen/Clayface è in grado di cambiare, oltre alla pelle, anche i tessuti) è coerente con quegli anni, ma Watkins non se ne prende gioco, anzi mostra rispetto per un’epoca comunque fondamentale nella creazione di un immaginario così resistente e duraturo. Clayface è probabilmente la risposta migliore alle operazioni ipercostose che sono sfuggite di mano: 30 milioni di budget, attori di secondo piano e una redditività pressoché sicura (alla data del 23 ottobre il film ha già incassato world wide 43 milioni di dollari) per un rilancio del DC Universe anche sul piano del piacere spettatoriale.

