Disclosure Day

RECENSIONI

Spielberg e la riscoperta dell'empatia

Diego Del Pozzo · 13 luglio 2026


In questa stagione cinematografica, pochi film sono stati così divisivi come Disclosure Day, l’atteso ritorno di Steven Spielberg agli alieni a cinquant’anni da Incontri ravvicinati del terzo tipo e dopo gli “intermezzi” di E. T. – L’extraterrestre e La guerra dei mondi. Qui a BLACKOUT abbiamo amato molto questa nuova escursione spielberghiana nella fantascienza, perché – al netto delle presunte ingenuità che hanno fatto sollevare più d’un sopracciglio ai detrattori da social – ancora una volta il regista americano riesce a calare gli spettatori contemporanei, fin troppo cinici e disillusi, in una parabola fiabesca che sa essere grande cinema (con almeno due-tre lunghe sequenze da antologia e quell’ultima straordinaria mezz’ora che lascia senza fiato e, a bocca aperta, fa venire i brividi) e, al tempo stesso, punta forte su un elemento-chiave per la sopravvivenza del genere umano di fronte a un progresso tecnologico sempre più invasivo: il recupero dell’empatia in un mondo sempre meno empatico com’è quello odierno.

Attraverso i personaggi principali di Daniel e, soprattutto, Margaret (gli ottimi Josh O’Connor ed Emily Blunt), infatti, Spielberg riesce a smuovere, nello spettatore disposto ad accettare il patto di sospensione dell’incredulità e deciso a ravvivare il proprio sguardo-fanciullo, la capacità di emozionarsi e confrontarsi col proprio io più profondo senza trincerarsi sempre dietro cinismo e sarcasmo (d’altronde, che male c’è?). Lo fa costruendo un apologo, a suo modo anche fortemente politico, sulla potenza dell’ascolto e sull’importanza dell’apertura verso l’Altro. E lo fa mostrando ancora una volta una fiducia persino commovente nel potere del buon vecchio cinema, quello che parla del cinema che parla della vita, al tempo del digitale e dell’intelligenza artificiale.

Al centro della trama, come già ai tempi del bellissimo The Post, ci sono di nuovo l’etica dei media come antidoto alle derive del potere politico quando rischia di diventare assoluto (qualcuno ha detto Trump?) e l’importanza del buon giornalismo all’epoca della social unTruth e delle postverità. Ancora e sempre nel cinema spielberghiano, però, è lo Sguardo a fare la vera differenza e a proporsi al centro di tutto, perché il cinema è Sguardo innanzitutto e perché saper guardare – ribadisce Spielberg – è ancora importante, oggi più che mai. E l’ingenuità fanciullesca – assecondata dalla sceneggiatura forse squilibrata ma vitalissima di David Koepp – che ha infastidito molti detrattori in realtà, dopo tanti anni, ancora stupisce e affascina, perché nel caso del regista è sincera: anzi, è l’architrave sul quale poggia l’intera impalcatura di quel grande spettacolo nel quale, alla fine, tutto va al posto giusto come per magia, se si sa guardare, se si sa ascoltare. Proprio come al cinema. Proprio come in Spielberg.


← Torna a RECENSIONI