L'entusiasmante estate del cinema horror
NOTE CRITICHE
La paura fa '26
Non possiamo far finta che il 2026 non sia stato l'anno dell'horror. Senza contare i successi di franchise consolidati come Scream, l'affacciarsi di nuovi autori come Kane Parsons e Curry Barker conferma una volta di più che il genere è sicuramente quello più adatto a raccontare il presente.
Ora giungono nel torrido agosto due altre opere ascrivibili alla versione elevated dell'horror mentre si attende l'uscita del curioso meta-reboot di un cult sotterraneo dei Seventies.
Hokum è il primo film dell'irlandese Damian McCarthy a essere distribuito nelle sale italiane. Fin da Caveat, suo esordio, McCarthy ha esplorato spazi liminali anche se non del tutto sconosciuti all'immaginario spettatoriale. Così come le backrooms di Kane Parsons distorcono le memorie, gli ambienti di McCarthy (la casa di Caveat, quella di Oddity e il manicomio, l'albergo di Hokum) rappresentano luoghi in cui il ricordo è "fantasma". Nella suite nuziale maledetta dell'ultima sua regia "nascono i ricordi". Ma, potremmo dire, prendono vita anche quelli non nati lì e – perché no? – le reminiscenze cinematografiche del regista (da Shining a Jigsaw).
I luoghi hanno memoria e dobbiamo imparare a farci i conti.
Anche le location hanno memoria sembra dirci Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, con cui la regista transgender Jane Schoenbrun regola i conti con lo slasher in quanto genere nelle sue due accezioni: cinematografica e sessuale. Camp Miasma è Crystal Lake che si guarda allo specchio. O su uno schermo. Sia in We're All Going to the World's Fair che in Ho visto la TV brillare, le due regie precedenti di Schoenbrun, c'è un personaggio che afferma di aver vissuto determinate esperienze come se si vedesse su uno schermo dall'altro lato della stanza. E succede anche in Camp Miasma. A raccontare di questa esperienza di dissociazione epifanica è Billy Presley, una iconica Gillian Anderson. Tocca riprendere Metz e la sua definizione di identificazione primaria e secondaria. La prima è quella col dispositivo, quindi col "punto macchina", la seconda con un personaggio. Il fatto è – e pare che questo voglia dirci Schoenburn – che dispositivo e personaggio ormai sono la stessa cosa e quindi l'identificazione è una. Di qui il dilemma: vediamo (film, serie, reel) o siamo visti?
Il passato, e la sua relazione col presente (non è questo il ricordo, in fondo?), è alla base anche dell'operazione di Daniel Goldhaber con Isa Mazzei, già responsabili di Cam, in cui lo scontro tra identità reale e identità virtuale impreziosiva il finale. Con Faces of Death prendono un titolo cult del “mondo movie” (Faces of Death di John Alan Schwartz nel 1978 cavalcò l'onda degli shockumentary alla Jacopetti) e ne realizzano un meta-remake in cui un serial killer si ispira alle scene più controverse di quello per realizzare reel virali. La protagonista, Barbie Ferreira, è una sorta di "censore" della piattaforma Kino. Decide lei cosa possa essere visto o meno. Ma la violenza paga sempre, come le dice il suo supervisore, e quindi è costretta a indagare da sola. Ora il film del 1978 spacciava per veri filmati ricostruiti in cui la violenza era effetto speciale. Oggi, nell'era della post-verità, contenuti autenticamente violenti passano inosservati perché "forse fake". E lo shock che spingeva fiumi di gente a prendere d'assalto le sale in cui si proiettava Faces of Death oggi diventa solo necessità di condivisione, partecipazione a un rito collettivo che non si scandalizza neanche di fronte allo snuff.
È il terzo millennio!
