Bruce Springsteen e il cinema

NOTE CRITICHE

Il rapporto tra il rocker americano e i film (mentre fa capolino a Venezia)


Diego Del Pozzo · 14 settembre 2026


Da springsteeniano convinto e fedele, tra le notizie che più mi hanno incuriosito e interessato, nei giorni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che s’è conclusa sabato sera al Lido, spicca senz’altro quella relativa alla presenza di Bruce Springsteen all’interno del nuovo film di Nanni Moretti, Succederà questa notte, completamente ignorato peraltro dalla giuria guidata da Maggie Gyllenhaal che durante la cerimonia di ieri ha attribuito il Leone d’Oro 2026 a Woman Unknown della regista danese Mayy al-Tukhi.

Non ho ancora avuto modo di vedere il film di Moretti, ma da ciò che ho letto nelle cronache giornalistiche giunte da Venezia sono venuto a conoscenza di come esso contenga un’importante sequenza, con protagonisti Louis Garrel e Hippolyte Girardot, girata durante il concerto tenuto da Springsteen il 21 giugno 2025 in Spagna, all’Estadio Reale Arena di San Sebastian, nei Paesi Baschi. Si tratta di una data europea del fortunatissimo tour che il rocker americano ha portato avanti lo scorso anno tra le due sponde dell’Atlantico e che nei mesi passati (tra fine marzo e fine maggio) ha avuto una ripresa ancora più “politica” con le nuove date americane del discusso e bellissimo Land of Hope and Dreams American Tour (qui nella foto), che peraltro ha visto distribuito online il 9 settembre un video di una quarantina di minuti col primo spezzone del concert movie dedicato alla commovente tappa conclusiva del 30 maggio a Philadelphia (visibile qui).

Tornando al morettiano Succederà questa notte, nella scena filmata durante il concerto Garrel e Girardot sono ripresi mentre Springsteen e la E Street Band eseguono due grandi classici del loro repertorio come Because the Night e Hungry Heart. Nel corso della conferenza stampa veneziana del film, il produttore Domenico Procacci ha raccontato quanto sia stato complesso mettere in piedi quell’operazione: «È stato difficile e ci è voluto anche parecchio tempo. Ci ha aiutato molto Claudio Trotta, che organizza tutti i concerti di Bruce Springsteen in Italia e ha un rapporto storico con lui. Ma è stata un’operazione lunga, difficile e costosa. Inoltre, abbiamo avuto anche alcuni limiti relativi all’utilizzo delle canzoni e delle immagini». Da parte sua, Nanni Moretti ha aggiunto tra il serio e il faceto: «È stato frantumato il mio record personale, quello che feci spendere per The Köln Concert di Keith Jarrett in Caro diario».

Va ricordato, tra l’altro, che la musica di Springsteen aveva già fatto capolino nella filmografia morettiana in passato, quando nel 1989 il regista romano inserì I’m on Fire come commento sonoro della celebre sequenza della partita di pallanuoto in Palombella rossa. Invece, nel nuovo Succederà questa notte, in uscita nei cinema italiani il 3 dicembre, oltre alle due hit springsteeniane filmate dal vivo sarà presente pure She’s a Rainbow dei Rolling Stones, a conferma dell’amore di Moretti per la grande musica anche pop-rock.

La presenza nel nuovo film di Nanni Moretti è l’ennesima dimostrazione di quanto stretti e profondi siano i rapporti tra Bruce Springsteen e il cinema, soprattutto americano ma non soltanto americano. Nel 2012, a questo tema all’epoca ancora quasi mai indagato criticamente dedicai un libro, Il cinema secondo Springsteen, edito da Mephite – Cinemasud e curato da me e da Vincenzo Esposito. Il volume, purtroppo, è da anni fuori catalogo ma conteneva spunti che poi ho avuto modo di sviluppare anche altrove nel corso degli anni. Il caso dell’artista originario del New Jersey, per quanto riguarda il suo rapporto con la settima arte, rappresenta davvero un unicum a livello mondiale. Già nel nostro libro dell’epoca, io ed Esposito sottolineavamo, infatti, come tale relazione non potesse essere ridotta alla sola presenza delle canzoni di Bruce Springsteen nelle colonne sonore, alle apparizioni a vario titolo nei film, oppure ai documentari che gli sono dedicati, come capita invece per altri big come Elvis, Beatles, Rolling Stones, Dylan. Il suo caso è diverso, probabilmente unico, col rapporto tra lui e i film che s’è sviluppato in modo fortemente empatico attraverso due differenti fasi di una carriera ormai ultracinquantennale.

Nella prima fase, dall’album d’esordio del 1973 Greetings from Asbury Park, N.J. al successo planetario di Born in The U.S.A. nel 1984, Springsteen ha guardato ai film, infatti, come a una tra le fonti di ispirazione privilegiate per la sua scrittura visivo-narrativa e per la creazione di personaggi e situazioni, assorbendo nel suo immaginario in formazione una buona parte del patrimonio culturale del cinema americano: dal b-movie Thunder Road di Arthur Ripley con Robert Mitchum del 1958 (in italiano Il contrabbandiere) a classici a stelle e strisce come Il selvaggio (1954) di Laszlo Benedek, Gioventù bruciata (1955) di Nicholas Ray, La valle dell’Eden (1955) di Elia Kazan; ma anche Strada a doppia corsia (1971) di Monte Hellman, i capolavori di John Ford Furore (1940) e Sentieri selvaggi (1956), fino al decisivo incontro cinéphile con La rabbia giovane (1973) di Terrence Malick, in originale Badlands, dal quale Springsteen mutuò la sensazione di spaesamento dell’Io narrante nel brano omonimo che apre Darkness on the Edge of Town e al quale ritornò, quattro anni dopo, mentre componeva l’oscuro Nebraska, la cui title track inizia con versi che citano fedelmente la sequenza d’apertura del film interpretato da Michael Sheen e Sissy Spacek.

Il processo creativo di questo album fondamentale della discografia springsteeniana, tra l’altro, è stato raccontato ottimamente l’anno scorso dal regista Scott Cooper in quel grande film classico americano (purtroppo, sottovalutato e frainteso) che è Springsteen – Liberami dal nulla, opera densissima dal punto di vista narrativo ed emotivo che ricostruisce il periodo della genesi di Nebraska e la caduta del suo autore nella depressione, a partire dal magnifico libro omonimo di Warren Zanes ma anche da alcuni passaggi dell’autobiografia bestseller Born to Run.

Comunque, a partire dall’inizio degli anni Novanta, si diceva, la relazione con i film diventa ancora più affascinante, perché Springsteen continua a “prendere” in cerca d’ispirazione, stavolta col surplus di un bagaglio culturale più strutturato rispetto a quello degli anni giovanili, ma al tempo stesso inizia anche a “dare”, fino a diventare – anche ben oltre la sua volontà – un punto di riferimento per il cinema e la cultura statunitensi. Così, Hollywood comincia a guardare con insistenza a un universo narrativo ormai dotato di coerenza interna e di temi ricorrenti, denso di spunti e suggestioni, perfetto per ispirare film di successo o produrre cortocircuiti artistici interessanti. Dalla prima metà degli anni Novanta, infatti, sono tanti i cineasti che guardano con insistenza al sempre più potente e definito “immaginario springsteeniano”, quell’itinerario ondivago tra le pieghe e dietro le quinte del sogno americano, alla ricerca di ciò che il Mito vuole occultare, lì dove più forti e opprimenti si percepiscono le “tenebre ai confini della città”: dal Michael Apted di Cuore di tuono (1992) al Robert Altman del carveriano America oggi (1993), dai fratelli Coen di Fargo (1995) o Non è un Paese per vecchi (2007) al Gus Van Sant di Da morire (1995), Will Hunting – Genio ribelle (1997) o Promised Land (2012). In molti casi, l’ispirazione riguarda gli ambienti, in altri i personaggi tormentati alle prese con l’heart of darkness di una nazione che essi stessi stentano a riconoscere, tra nuove povertà, fabbriche che chiudono e intere aree che si spopolano, in una sterminata periferia dell’anima che proprio Springsteen aveva narrato con rara efficacia anni prima, in album ormai ben storicizzati come Darkness on the Edge of Town (1978), The River (1980), lo stesso Nebraska (1982), Born in the U.S.A. (1984); e sarebbe tornato a fare in The Ghost of Tom Joad (1995), Devils & Dust (2005), Wrecking Ball (2012). A conferma di come l’impegno “politico” del rocker americano non nasca – come amano pensare i detrattori o i distratti – con la recente Streets of Minneapolis o con le nette prese di posizione anti-trumpiane di questi anni.

Già nel corso dell’ultimo decennio del Ventesimo secolo, la sua figura ha assunto una centralità sempre maggiore nel panorama socio-culturale americano, facendone un autentico punto di riferimento anche per il cinema del periodo. Nel 1991, addirittura, la canzone Highway Patrolman (inclusa proprio in Nebraska) ispirò la trama di un intero film (come dichiarato nei titoli): l’esordio alla regia di Sean Penn, Lupo solitario, intenso dramma dagli echi biblici sul tormentato rapporto tra due fratelli rivali, interpretati da David Morse e Viggo Mortensen. Il cortocircuito ormai è completo e, da quel momento, l’universo springsteeniano viene letteralmente “saccheggiato” con notevole regolarità dal cinema americano.

Particolarmente interessante – non a caso nel libro citato gli ho dedicato molte pagine – è il caso di Cop Land (1997), diretto da James Mangold e ambientato in una fittizia cittadina del New Jersey, Garrison, costruita basandosi sui personaggi, le atmosfere, le situazioni, i luoghi, le suggestioni provenienti dai primi sette album di Bruce Springsteen. «Addirittura, se il titolo non fosse già stato utilizzato per il disco, il regista – scrivevo all’epoca – avrebbe potuto chiamare legittimamente il suo film Darkness on the Edge of Town, certo di aver scelto un nome capace di racchiuderne l’essenza più profonda». A Garrison e dintorni, infatti, l’appesantito sceriffo Freddy Heflin interpretato da Sylvester Stallone è immerso in un contesto fatto di promesse tradite, debiti segreti che prima o poi vengono saldati, auto usate o rubate, corse notturne per raggiungere la vicina Grande Mela, ville sulla collina, fabbriche dismesse che mangiano l’anima, eroi locali e ragazze in attesa fuori alle verande di villette suburbane, spiriti notturni, porte con le zanzariere che sbattono, giovani bulli di periferia, flipper e juke-box, appuntamenti oltre il fiume, poliziotti buoni e meno buoni, sognatori e disillusi. E la “firma” su questo immaginario familiare è rappresentata da due brani di Springsteen inclusi in colonna sonora: Stolen Car e Drive All Night, canzoni gemelle tratte da The River e imperniate su amori finiti, corse notturne in auto e animi tormentati dal rimpianto e dai rimorsi.

A mio avviso, un film come Cop Land certifica in modo plastico la centralità dell’immaginario springsteeniano nel più ampio contesto della cultura popolare americana: dopo aver attinto a piene mani dal cinema per le sue canzoni, insomma, a questo punto della sua parabola artistica Bruce Springsteen possiede l’autorevolezza per potersi proporre nel ruolo di sicuro punto di riferimento per la Hollywood (e non solo) che s’affaccia sul nuovo millennio. Lo conferma anche un altro film importante come The Wrestler (2008) di Darren Aronofski, con un sorprendente Mickey Rourke nel ruolo di un’ex stella del wrestling degli anni Ottanta, Randy “The Ram”, ridotto vent’anni dopo a un relitto umano costretto a combattere, appesantito e provato nel fisico e nello spirito, in incontri da quattro soldi organizzati nel sottobosco delle palestre di periferia. Ambientato in un New Jersey che sembra uscito di peso da Darkness on the Edge of Town o The River, il film si sviluppa su forte impulso dello stesso Rourke, che all’epoca desiderava ardentemente mettere in scena, sotto metafora, la propria parabola esistenziale e giocarsi tutto in un ruolo personalissimo in grado di decretarne il definitivo fallimento o il grande ritorno. E fu lo stesso attore, conterraneo e amico di Springsteen, a chiedergli una canzone per la colonna sonora. Il brano, intitolato a sua volta The Wrestler, venne concesso gratuitamente ed è una magnifica composizione acustica per chitarra e pianoforte che, secondo il regista Aronofski, «riesce a catturare in pieno lo spirito del film e l’essenza del personaggio di Mickey», tipico proletario springsteeniano spazzato via dal lato oscuro del sogno americano, una sorta di reduce di una guerra non guerreggiata, ferito dentro dalla Reaganomics e dalla crisi economica, ma comunque pronto a lottare per cercare di riappropriarsi di quello stesso sogno sempre più sfuggente. All’universo delle canzoni di Springsteen, peraltro, rimanda anche il luogo-simbolo che ospita una tra le sequenze più poetiche e struggenti, l’inconfondibile boardwalk di Asbury Park, descritto in tante hit del cantante, dove il wrestler ormai sfatto confessa all’amata figlia le proprie debolezze, durante una passeggiata che si trasforma in resa dei conti con la deriva dell’american dream.

In questi anni, per concludere senza dilungarmi ulteriormente, casi-limite come quelli di Cop Land o The Wrestler sono stati seguiti anche da operazioni culturalmente ancora più interessanti come, per esempio, Blinded by the Light – Travolto dalla musica, diretto nel 2019 da Gurinder Chadha e costruito dalla prima all’ultima sequenza come una vera e propria “antologia emozionale” della musica springsteeniana, con tante sue canzoni incluse in colonna sonora e filmate quasi come in un musical rock ma, soprattutto, con una miriade di elementi visivo-narrativi e di riferimenti storico-culturali che gli spettatori minimamente informati o addirittura fidelizzati riescono a cogliere, ormai, in modo quasi automatico perché, in definitiva, essi fanno parte da molti anni del loro (nostro) stesso immaginario.


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