Quando Nanni rifletteva su "un secolo oramai alla fine"
NOTE CRITICHE
Moretti e una piscina in cui nessuno cade: Palombella rossa 37 anni dopo

«Un film che si svolge ai bordi di una piscina in cui nessuno spinge nessuno né cade per disattenzione o per far ridere». Così, un maestro della critica cinematografica e culturale come Serge Daney definisce Palombella rossa di Nanni Moretti in una celebre recensione sulle colonne del quotidiano francese Libération, dopo averlo visto alla Mostra di Venezia 1989 nella selezione della SIC, la Settimana Internazionale della Critica. «Prima che diventi da solo tutto il cinema», azzarda da par suo Daney. Ed effettivamente lo è diventato, «tutto il cinema», superandolo e prevedendo una crisi di massa senza precedenti.
«Siamo definitivamente oltre il corpo burlesco», catapultati nel «burlesco mentale». Perché aldilà della dimensione surreale c’è poco da ridere, se non con malinconia dinanzi al sol dell’avvenire, angustiati come siamo dalla destrutturazione/desaturazione del linguaggio, da “personaggi fantasma” che perseguitano e duettano con un protagonista «molto popolato all’interno di sé» (Deleuze), dall’incapacità di un politico scisso di conciliare «i due termini dell’individualismo moderno: singolarità e uguaglianza dei diritti».
«Un secolo oramai alla fine», per il Partito comunista e per quel «sentimento popolare di meccaniche divine» che Michele canta frastornato. L’autorevolezza della riflessione è accantonata in favore di biechi schieramenti, delle grida e dei fischi. Di lì a poco, il Muro verrà abbattuto esattamente come la porta della pallanuoto che, profeticamente, s’infrange di fronte a un tiro ben assestato. Moretti mette dunque in scena «la presenza per capire meglio la [sua] assenza» sul campo di battaglia pubblico – la piscina.
«Siete un partito da rifare, siete scomparsi, galleggiate a mezz’aria. […] Mancate di identità. Avete almeno… tre anni. Chi siete? Siete un partito inutile, innocuo». L’inerme Apicella si ritrova tra i fuochi di due tribune, politica e sportiva, che attaccano senza sosta. Che cosa significa oggi essere comunista?
Da una parte non ricorda “il gesto del martedì” e la linea del partito; non comprende le lodi dei puri compagni con le pastarelle, intellettuali gonfi di parole vacue; l’insistenza del “cattolico appiccicoso” (un affondo al compromesso storico?). Al massimo, intuisce le massime del teologo (Raúl Ruiz). Non riesce a spiegarsi la gogna pubblica del picchiatore fascista – che comunque fascista è rimasto e non si vergogna.
Dall’altra, non sa nulla del suo allenatore, degli schemi di gioco, dei motivi per cui abbia scelto quello sport. Per soddisfare le aspettative dei genitori? Non poteva più permettersi di ripensarci? È l’esasperazione del personaggio, non a caso alla sua ultima apparizione, alienato e annebbiato. I punti di riferimento sono venuti meno, l’età adulta avanza; ci si può soltanto rintanare in confusi ricordi d’infanzia.
«Ho 35 anni. Ho 35 anni, non torneranno più. Le merendine di quand'ero bambino, i pomeriggi di maggio, non torneranno più. Le merendine di quand'ero bambino non torneranno più! Le merendine di quand'ero bambino non torneranno più! I pomeriggi di maggio! Le merendine con pane e cioccolata. Mamma! Mia madre! Mia madre, non tornerà più! Il brodo di pollo, quand'ero malato, gli ultimi giorni di scuola, prima delle vacanze...». Subentra l’idea che il cinema possa cambiare le sorti dell’umanità, intervenire in maniera diretta sul reale e viceversa. È l’incombere di I’m on Fire di Bruce Springsteen, la già citata E ti vengo a cercare di Battiato, la folla che incita Živago a raggiungere Lara. Nanni è sempre lì, disilluso ma col pugno alzato, che si aspettava «di più dalla vita. Di più e meglio», interpretando la funzione rivelatoria dell’estraneo alla società: rimanere controcorrente rispetto a un dibattito inesistente, esautorato del suo potere.
Moretti, ritiene Daney, «è nella scia dell’eroe di Hollywood Party: è fuori posto, ma va bene lo stesso. […] non impedisce il funzionamento normale delle cose. Vecchia idea: ormai, da noi, tutto funziona, ciò che è fatto per funzionare funziona, non si può più ridere (o piangere) del cattivo funzionamento del mondo. Al contrario, è il fatto che funzioni che angoscia e fa ridere». Ecco l’intellettuale odierno: ostracizzato dal funzionamento di un sistema ossessivamente veloce e produttivo, avulso da qualsiasi logica di vivibilità. Costretto a ripetere frasi e slogan sconnessi; a sbagliare il rigore decisivo.
Trentasette anni dopo (non torneranno più) Nanni Moretti è tornato, finalmente, alla Biennale di Venezia. I primi segnali del disgelo si erano avvertiti con la versione restaurata di Ecce Bombo nel 2024. Siamo ormai lontani dalle polemiche sulla presentazione alla Settimana Internazionale della Critica dell’89, così come siamo lontani da Michele Apicella.
Eppure l’ultimo film, Il sol dell’avvenire, sembrava farlo tornare in vita ridando vigore a ideali di speranza, bene comune, all’utopia di un mondo migliore. Con il solito atteggiamento caustico di chi non accetta la bandiera di Stalin in casa, la ripresa estetizzante della violenza, i «centonovanta Paesi!» e i «momenti WTF!» delle piattaforme. Di chi non può (e non vuole) più scendere a compromessi.
