Il capolavoro noir di Orson Welles di nuovo in sala
CRITICAL NOTES
L’infernale Quinlan da oggi nei cinema italiani

Oggi è un giorno davvero speciale per tutti i cinefili, poiché la Cineteca di Bologna riporta nelle sale italiane quel capolavoro assoluto che è L’infernale Quinlan (Touch of Evil), realizzato nel 1958 per la Universal da Orson Welles, che lo interpreta anche accanto a Charlton Heston, Janet Leigh, Marlene Dietrich, Joseph Calleia e Akim Tamiroff. Tratto dal romanzo poliziesco di Whit Masterson Badge of Evil (in italiano Contro tutti, tradotto nel 1956 nella collana Il Giallo Mondadori), è certamente uno tra i titoli più amati della filmografia wellesiana, nonostante sia stato tormentato per anni da traversie che ne hanno martoriato il montaggio originale.
Per fortuna, però, la versione restaurata in 4K che la Cineteca di Bologna distribuisce da oggi nell’ambito del suo meritorio progetto Il cinema ritrovato al cinema è quella cosiddetta “reconstructed director’s cut” della durata di 111 minuti, ricostruita nella seconda metà degli anni Novanta dallo studioso Jonathan Rosenbaum – il curatore del meraviglioso libro-intervista di Peter Bogdanovich a Welles – sulla base di 58 pagine di appunti scritti dallo stesso regista, che le chiude così rivolgendosi ai suoi produttori: «Concludo scongiurandovi di approvare questi miei brevi schizzi, ai quali ho lavorato tanto duramente e per così tanti giorni». Le sue richieste, purtroppo, all’epoca vengono quasi del tutto ignorate e, a tale proposito, nel citato libro-intervista con Bogdanovich, Welles ricorda amaramente: «È stata un’esperienza traumatica, tremenda. Perché ero sicurissimo. Venivano a farmi i complimenti tutte le sere per i giornalieri, e mi chiedevano: “Quando vieni a firmare un contratto per quattro o cinque film? Vieni, per favore”. Mi chiedevano tutti i giorni di firmare un contratto. Poi hanno visto la versione montata e mi hanno vietato l’accesso agli stabilimenti di produzione. Il film era troppo cupo e nero e strano, per loro».
Nelle mani di Welles, infatti, quel soggetto poliziesco nemmeno tanto originale si tramuta in uno tra i più grandi e controversi film della storia del cinema. Il regista, molto impegnato politicamente, lo utilizza anche per denunciare l’abuso di potere della polizia, il fascismo strisciante e il razzismo diffuso. Adattando il romanzo di Masterson e riscrivendo quasi da zero la mediocre sceneggiatura consegnatagli dallo Studio, Orson Welles trasforma un piccolo poliziesco di routine nell’atto di nascita del neo-noir e in un’acuta indagine sul male come forza endemica e permeante dell’animo umano. La casa di produzione, inorridita dal risultato, taglia il film in lungo e in largo, e arriva perfino a sabotarne la distribuzione. Così, quello diventa l’ultimo capolavoro americano di Welles, che dopo quella breve parentesi ritorna in Europa e, ad appena 42 anni, non girerà mai più per uno Studio hollywoodiano.
Nel suo classico libro Orson Welles. Ovvero la magia del cinema, James Naremore scrive: «Per ben dieci anni dopo Macbeth, Welles non riuscì a dirigere nessun altro film in America; e il primo che riuscì a realizzarvi dopo questo lungo intervallo è così infarcito di messaggi, così ricco di acrobazie visive, e così fittamente popolato di amici famosi mascherati come per una festa di Carnevale, che avrebbe potuto facilmente degenerare in una sorta di stravagante e magari divertente capriccio. E invece, a parte Quarto potere, L’infernale Quinlan resta il più straordinario ed emozionante dei suoi film, quello in cui riescono in qualche modo irripetibile ad armonizzarsi il grande uomo di spettacolo, il polemista politico, il romantico irriducibile, il filosofo moralista, il talento surreale: tutti i punti di forza e le specialità del repertorio wellesiano. […] Ancora una volta Welles si cimenta con un thriller improntato a una forte carica di satira sociale, ancora una volta il suo stile è così scandalosamente “eccessivo” che offende sia i critici sia i capi dell’industria cinematografica. Il recensore di Variety, per esempio, definiva L’infernale Quinlan un “film confuso e piuttosto pretenzioso” con “un avvenire commerciale malcerto”, senza dubbio gettando nel panico i dirigenti dell’Universal, che nel primo trimestre del 1958 avevano già perso mezzo milione di dollari. Durante i primi mesi di quell’anno fra i giornali del settore correvano insistentemente voci secondo le quali nella gerarchia dello studio sarebbero avvenuti cambiamenti radicali, e si sussurrava persino che la produzione cinematografica sarebbe stata del tutto abbandonata per salvare l’altro settore, la casa discografica Decca. Il presidente della società, Milton Rachmill, annunciò in aprile che da quel momento l’Universal si sarebbe limitata al “genere di film che possa sicuramente fruttarci dei soldi”. A causa di questo cauto e ansioso atteggiamento conservatore, a L’infernale Quinlan non furono mai riservate né la pubblicità né la diffusione che meritava, e ci vollero degli anni perché si conquistasse un suo pubblico».
Nonostante tutto ciò, comunque, L’infernale Quinlan resta nel cuore dei cinefili, a partire dal suo leggendario piano-sequenza iniziale, che Welles rievoca con queste parole: «Ho realizzato un’unica inquadratura che si spostava attraverso tre stanze, con quattordici attori, dove i piani di ripresa passavano dal primo piano al campo lungo, eccetera, e che dura per quasi un intero rullo. Ebbene, questa è stata di gran lunga la ripresa più costosa del film». Da parte sua, Jonathan Rosenbaum, in un suo articolo del 29 ottobre 2023 intitolato Touch of Evil Retouched e pubblicato sul suo sito jonathanrosenbaum.net, descrive così la spettacolare sequenza: «La scena d’apertura, una delle più famose del cinema di Welles, è uno splendido piano-sequenza girato con la gru che inizia con il posizionamento di una bomba a orologeria e termina diversi isolati più oltre, poco prima dell’esplosione, cogliendo lungo il percorso diversi elementi d’interesse, tra cui Heston e Leigh. Nel fitto intreccio dei vari percorsi seguiti dalla macchina da presa, dai personaggi, dai veicoli e dalle comparse, s’inserisce un intricato intersecarsi tra la coppia in luna di miele a piedi e quella in auto, mentre tutti e quattro i personaggi si avvicinano al valico di frontiera e vengono controllati da una guardia. In tutte le precedenti versioni, questa inquadratura è accompagnata dalla colonna sonora di Henry Mancini – che in maniera quasi subliminale riprende con i bongos il ticchettio della bomba a orologeria, creando una suspense stile Peter Gunn – e coperta dai titoli di testa, che in parte distolgono l’attenzione dagli eventi che si stanno svolgendo. Nella nuova versione, seguendo le indicazioni di Welles, non ci sono titoli sull’inquadratura e l’unica musica proviene dagli altoparlanti posti davanti ai vari locali e dall’autoradio. Anche se la suspense è attenuata, la densità fisica, l’atmosfera e molti dettagli risultano notevolmente accentuati, modificando così fin dall’inizio la percezione del film». Di quel celeberrimo piano-sequenza, il critico e studioso francese Jacques Lourcelles scrive: «È una prodezza destinata a togliere il fiato allo spettatore e a generare una suspense interna che riguarda tanto l’azione in sé quanto la virtuosità del regista».
Su L’infernale Quinlan e su Orson Welles sono stati scritti davvero fiumi e fiumi di parole. Tra tutte, però, mi piace concludere con quelle di un giovane François Truffaut, all’epoca acutissimo e temuto critico cinematografico del periodico culturale francese Arts. Su quelle colonne, il 4 giugno 1958, il futuro regista recensisce così il film (la recensione integrale è raccolta nel libro I film della mia vita): «Si potrebbe anche togliere il nome di Orson Welles dai titoli di testa e non avrebbe nessuna importanza perché fin dalla prima inquadratura, proprio quella dei titoli di testa, è evidente che il cittadino Kane è dietro la macchina da presa. […] L’infernale Quinlan ci risveglia e viene a ricordarci che fra tutti i pionieri del cinema ci fu Méliès, ci fu Feuillade. È un film magico che ci fa pensare ai racconti di fate: la Bella e la Bestia, Pollicino, le fiabe di La Fontaine. È un film che un po’ ci umilia perché è il film di un uomo che pensa molto più in fretta di noi, molto meglio e che ci getta in faccia un’immagine meravigliosa mentre siamo ancora abbagliati dalla precedente. Di qui, questa rapidità, questa vertigine, questa accelerazione, questa ebbrezza».
Oggi, tra l’altro, è davvero una giornata in tutto e per tutto wellesiana, poiché è prevista anche la chiusura della grande mostra My Name is Orson Welles, che il Museo Nazionale del Cinema di Torino ha ospitato dallo scorso primo aprile nella sua sede nella Mole Antonelliana. Concepita dalla Cinémathèque française e curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud, l’esposizione ha proposto al pubblico che l’ha visitata in questi mesi oltre quattrocento pezzi, alcuni mai mostrati prima d’ora, provenienti da varie collezioni pubbliche e private e dal Fondo Orson Welles del Museo Nazionale del Cinema. Allestita lungo la spettacolare rampa elicoidale dell’Aula del Tempio della Mole, la mostra ha ripercorso la vita e la carriera del grande regista attraverso fotografie, documenti d’archivio, disegni, manifesti, materiali audiovisivi e installazioni, con l’obiettivo di far conoscere ai visitatori anche i lati meno noti ma altrettanto centrali di questo autentico, unico, geniale artista totale.
