Un resoconto dal festival degli home movies
RESOCONTI
Archivio Aperto e l'invito a "rovesciare" il proprio sguardo

Il festival Archivio Aperto, con direzione artistica di Sergio Fant e Giulia Simi, quest’anno è stato intitolato Upside Down / Sottosopra, come invito a rovesciare il mondo e il proprio sguardo. Questo titolo fa riferimento al processo di ritrovamento di filmati di famiglia, “rovesciando” la propria casa. E allo stesso tempo è un invito a rovesciare la propria prospettiva per cercare nuovi mondi possibili.
Promosso dalla Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, Archivio Aperto 2026 s’è tenuto a Bologna dal 22 al 26 ottobre e s’è concentrato su archivi di memorie private, amatoriali e film di famiglia, dedicando anche uno spazio al cinema sperimentale attraverso la rassegna sul cineasta sperimentale Stan Brakhage a cura di Cecilia Ermini. L’inaugurazione dell’evento s’è svolta in uno dei bellissimi luoghi del festival, l’ex chiesa di San Mattia, con un’interessantissima performance, Sguardi in Camera – Upside Down (2026): un montaggio di filmati amatoriali e sperimentali delle lotte sociali, politiche, femministe degli anni Sessanta e Settanta, tratti dalla serie Sguardi in camera. L’avventurosa storia d’Italia in formato ridotto. La serie, realizzata dalla Fondazione Home Movies, è composta da diversi episodi, ognuno dei quali racconta un decennio della storia italiana in piccolo formato. Le immagini sono state sonorizzate dal vivo dall’artista Guglielmo Pagnozzi, che ha regalato al pubblico in sala una performance molto emozionante.
Nel denso programma di questa diciannovesima edizione, il riuso e il dialogo con le immagini d’archivio sono stati fatti in maniera diversa e stimolante, a partire dai lungometraggi vincitori rispettivamente del Premio della Giuria del Concorso Internazionale e di quello della Giuria Giovani, Az Zeeb (2026) di Rafael Guendelman Hales e Auber 89 (2026) di Giuseppe Schillaci, nei quali i due registi recuperano immagini a lungo dimenticate.
Nel caso di Az Zeeb, Guendelman Hales ritrova, dopo la morte della nonna, diverse pellicole in Super 8. Queste memorie familiari diventano una chiave per scoprire la storia del padre e della famiglia paterna. A questa indagine familiare, poi, si sovrappone anche la storia della madre, palestinese, di cui però gli archivi mancano. Il regista crea così un nuovo archivio, filmando in Palestina nello stesso formato dei materiali della nonna: in Super 8. Le riprese si rivelano un diario personale capace di dialogare con quello dei nonni, con l’obiettivo di mescolare le diverse immagini, quelle create da lui e quelle d’archivio, tra Cile, Palestina e Israele.
In Auber 89, invece, Giuseppe Schillaci recupera materiali d’archivio a lungo dimenticati della banlieue parigina, filmati degli anni Ottanta e Novanta, conservati nel comune di Aubervilliers. I materiali, raccontati tramite lo sguardo intimo di Fatsah Bouyahmed, ex-residente di Aubervilliers oggi attore, testimoniano il momento di riqualificazione urbana della banlieue. Raccontano, però, molto di più: la vita quotidiana dei giovani ad Aubervilliers, una vita comunitaria fatta di giochi, incontri, televisioni di quartiere, amicizia, ma anche momenti negativi, esclusioni razziali, problemi con la polizia, campi di calcio sottratti e voci non ascoltate. In definitiva, il film racconta un effimero momento di serenità prima che la periferia parigina venisse lasciata a sé stessa.
Tra gli altri titoli proposti dal festival, BENITA di Alan Berliner (2025) in competizione internazionale e A Place in the Italian Sun (2025) di Sarah & Menelik Nouvellon nella sezione L’archivio che non c’è (in collaborazione con la Biblioteca Amilcar Cabral di Bologna) raccontano due figure scomparse. Nel primo, è quella della filmmaker Benita Raphan, che ha lasciato dietro di sé un vasto archivio privato, ricco di suoi film, home movies, fotografie, disegni, appunti, diari. Alan Berliner, amico e collaboratore, utilizza l’archivio per ri-dare vita a Benita. Al contrario, in A Place in the Italian Sun, i registi, due fratelli, lavorano con un archivio assente e cercano di ricostruire la storia di un loro antenato, deportato dall’Etiopia nel 1937, in seguito all’attentato contro il generale Graziani. Così, la storia intima e personale dei due fratelli nasce da un documento di famiglia: l’unica fotografia rimasta.
Insomma, anche quest’anno Archivio Aperto s’è confermata una realtà in cui i materiali d’archivio vengono valorizzati, col loro significato che viene capovolto e con gli spettatori che sono invitati, a loro volta, a rovesciare il proprio sguardo.
