«Noi crediamo che la favola e il gioco appartengano alla fanciullezza: miopi che siamo! Come se in una qualsiasi età della vita potessimo vivere senza fiaba e senza gioco!».
(F. Nietzsche)
Negli ultimi dieci anni, ogni giorno in cui sono in Accademia di Belle Arti, trascorro la pausa pranzo in un luogo iconico: Darshana Food in Via Bellini a Napoli, una sorta di tavola calda a base di cucina cingalese alla quale sono particolarmente legato, in particolare perché conserva l’atmosfera informale fatta di flanerie e prezzi accessibili della città anni Novanta, altrove sepolta dalla turistificazione che da molti anni impatta in particolar modo sul centro storico. Ma sono legato a questo luogo anche per un’altra ragione: con la sua esistenza è una delle tante testimonianze di una grande storia di integrazione, quella della comunità cingalese a Napoli.
Con oltre quindicimila cittadini (dieci anni fa erano poco più di diecimila), Napoli è la seconda città in Italia per numero di abitanti di origine srilankese. In particolare, nel Rione Sanità1 e a Montesanto, tra i quartieri più popolari, densi e multietnici, è possibile rilevare una presenza significativa, che rappresenta in molti casi il nuovo segmento micro-imprenditoriale dei quartieri in cui si sono insediati. Parliamo di un organismo sociale che, con la sua presenza fa tutela attiva del patrimonio culturale materiale e immateriale, sia rivitalizzando e manutenendo intere aree cittadine – a partire dalla parte obliqua della città costituita dalle oltre duecento tra scalinate e gradinate che collegano la parte collinare con la città storica, inaccessibili alle auto e soggette a un significativo calo demografico in età contemporanea – sia partecipando alla definizione dell’effetto città: confronto, scambio, contaminazione – come nel caso della tavola calda di via Bellini, e come nel caso dei tanti ragazzi che giocano a cricket nelle strade cittadine. Già Michel de Certeau notava come la camminata sia in grado di reinterpretare la città, creando uno spazio ogni volta diverso rispetto all’organizzazione delle rigide funzioni urbane, uno spazio di creatività che aiuta a fuggire le consuetudini e il controllo sociale. Sono esattamente dieci anni che con un piccolo film, che si chiama Matchpoint (Italia, 2016, 6’) insieme con un team interdisciplinare di amici e sodali2 ho voluto riflettere su come già all’epoca questa comunità silenziosa e laboriosa stesse riscrivendo la geografia della città in maniera dialettica, a partire appunto da come vivesse lo spazio pubblico.
Per arrivare a capire come raccontare questo fenomeno, all’interno del progetto Tre Tigri-Taprobane3 abbiamo proposto laboratori territoriali4 di relazione tra la comunità srilankese di Avvocata e Sanità, i residenti, le associazioni attive sul territorio e il player dell’arte contemporanea, stimolando una peculiare ibridazione tra i linguaggi estetici, politici e performativi. Questo processo ci ha portato gradualmente a entrare in contatto col mondo del cricket, sport nazionale dello Sri Lanka e pratica aggregativa diffusissima tra le strade della città. Qui, analogamente a quanto avviene col tifo per la squadra di calcio cittadina (cfr. Bifulco 2021), il gioco non è semplicemente un passatempo, il gioco è uno strumento per conoscere e interpretare la società. Attraverso il gioco è possibile conoscere e conoscersi, è un universo simbolico all’interno del quale affrontare le grandi questioni esistenziali, allo stesso modo dell’arte (cfr. Lévi-Strauss 1966). Quindi nella nostra lettura il cricket non è solo un gioco ma un potente strumento di sviluppo locale informale che, attraverso l’attivazione della comunità, contribuisce a creare un ecosistema migliore, più elastico, democratico e generativo.
Il mio film è una sorta di restituzione estetica di questo processo, per ottenere ciò ho incentrato il racconto sull’espressione corporea come movimento coordinato, coreografia di un rito collettivo, attraverso il quale la comunità investe lo spazio urbano, di fatto risemantizzandolo. Il film parte proprio dalla definizione dialettica del campo di gioco in una piazza per antonomasia: la Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo5, un luogo monumentale, normalmente lontano dalla vita della città, che per un giorno diviene il campo da gioco del cricket, realizzando un ideale scarto simbolico e utilizzando la performance – una partita tra due vere squadre di cricket attive a Napoli – come strumento di riconoscimento di un territorio comune.