Allorquando ci si trova di fronte a versioni cinematografiche di opere letterarie, soffermarsi sulla fedeltà al testo di partenza è esercizio ozioso per non dire irrisolto e irrisolvibile. Il tradimento, nel passaggio da un medium all’altro, è l’essenza stessa del principio di adattamento e, quanto a Cime tempestose, l’unico romanzo di Emily Brontë pubblicato nel 1847, non si può certo dire che le precedenti trasposizioni abbiano rispettato la lettera del libro. A partire dalla messa in scena, poco giansenista, di William Wyler, La voce nella tempesta del 1939, forse l’unica a confermare la presenza di Lockwood, alter ego del lettore/spettatore, che ascolta la tragica storia degli amanti protagonisti dalla voce di Nelly, la governante narratrice. Si tratta di una versione che punta tutto sul glamour degli interpreti (Laurence Olivier, Merle Oberon e David Niven), sebbene l’unico in parte paia essere Niven nei panni di Edgar Linton, e sull’esibito artificio scenografico che, in fondo, era la cifra stilistica delle grandi produzioni dell’epoca (il 1939 è anche l’anno di uscita di Via col vento di Victor Fleming, cui il Cime tempestose di Fennell sembra richiamarsi, nel poster come nell’irreale rosso fuoco del cielo di alcune scene).
Come molti dei successivi adattamenti, il film del 1939 elimina completamente la seconda parte del libro dedicata alla prole di Heathcliff, Cathy e Hindley, mentre il messicano Abismos de pasión, firmato da Luis Buñuel nel 1954, taglia del tutto il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza dei protagonisti, partendo dal ritorno di Heathcliff (il cui nome diventa Alejandro) che turba la routine di Catalina ed Eduardo, già convolati a nozze. La mano di Buñuel si avverte nell’atmosfera gotica (l’epilogo ne è un vero e proprio concentrato) e in alcune scelte quali l’ossessione per gli insetti (Eduardo è un collezionista di farfalle che provvede a infilzare con spilli; Ricardo, fratello di Catalina, gode nel gettare mosche in pasto a un ragno).
La trasposizione più fedele, ma anche la più esangue, è diretta nel 1992 da Peter Kosminsky, con un esordiente Ralph Fiennes e Juliette Binoche nei ruoli principali. Emily Brontë’s Wuthering Heights (il nome dell’autrice prima del titolo non è un indizio della maggior adesione della sceneggiatura al libro, ma una necessità da parte della Paramount a causa dei diritti su Wuthering Heights detenuti dalla Metro-Goldwin-Mayer) adatta anche la seconda parte del romanzo, ma l’unica invenzione che si concede è un prologo e un epilogo con la stessa Emily Brontë (col volto della popstar Sinéad O’Connor) in visita a una dimora diroccata che le ispira il racconto.
Al netto degli adattamenti televisivi, inglesi (l’ultimo del 2009 con Tom Hardy) o italiani (lo sceneggiato Rai del 1956 di Mario Landi, scritto anche da Leopoldo Trieste, con Massimo Girotti e Annamaria Ferrero e la miniserie del 2004 di Fabrizio Costa con Alessio Boni e Anita Caprioli), e di una nuova versione per il grande schermo prodotta da Samuel Z. Arkoff (il patron della AIP) e diretta da Robert Fuest, per assistere a una trasposizione diversa del romanzo bisogna attendere Andrea Arnold nel 2011. Il suo Wuthering Eights è fortemente personale, segnato da una visione autoriale che privilegia la sensorialità ai dialoghi, caratterizzato dall’attenzione al tema del razzismo (nel romanzo Heatcliff ha «la pelle scura da gitano, un poco somigliante ad un marinaio indiano» e Arnold allora lo fa interpretare ad attori afrodiscendenti, Solomon Glave da bambino e James Howson da adulto) oltre che a quello della lotta di classe e che restituisce in maniera naturalistica l’influenza ambientale della brughiera sui caratteri dei personaggi.
Non si può negare che anche il “Cime tempestose” del 2026 sia frutto di una visione personale del testo scritto, a partire dalle virgolette che incorniciano il titolo e che ne sottolineano la natura sui generis. Lo stile di Emerald Fennell è tutt’altro che sobrio, ce lo hanno insegnato le sue precedenti regie, Una donna promettente e Saltburn, e si può a ragione dire che qui mette in chiaro le sue intenzioni fin dall’incipit. Più che un Wuthering Heights fluido, è un Wuthering Heights di fluidi: saliva, bava di lumache, albumi e tuorli, sangue. Sì, di sangue, nel Fennell’s Cut ce n’è in abbondanza, vero ed evocato (dal colore di corsetti, luci, gonne, pavimenti). Ad ascoltare l’audience giovanile che ha affollato le sale, sicuramente in virtù del casting, impera la delusione per quella che non appare come storia d’amore e c’è da dire che, a prescindere dal giudizio, trattasi di risultato notevole perché permette finalmente di confutare il ricorrente equivoco, da Wyler in poi, sulla natura romantica della relazione tra Heatchcliff e Cathy, subdolamente suggerito anche dalla distribuzione nella settimana di San Valentino, mentre ciò di cui narra l’opera di Brontë è essenzialmente un rapporto tossico.
La regista sembra concentrarsi più sulla passività dei personaggi di contorno che sulla tossica relazione tra Heathcliff e Cathy, ed è da questa angolazione che trae gli spunti più interessanti. C’è il rischio, però, che, per esempio, il rapporto BDSM tra Heathcliff e Isabella più che aprire la strada a una narrazione alternativa del desiderio femminile, finisca con l’assolvere un personaggio decisamente sgradevole (il romanticone, nel romanzo, è Hareton, figlio di Hindley). Non ci sono fratellanza o sorellanza in questo “Cime tempestose”: Hindley, fratello di Cathy, sparisce, o meglio, trasfonde nel padre, mentre Isabella è figlioccia e non sorella di Edgar Linton. Tutti figli unici, con Nelly a fare da sorellastra (o matrigna) delle fiabe. La messa in scena kitsch, infatti, avvicina, per certi versi, la Brontë ai Grimm (a volte viene in mente Maleficent), ma finisce, così come l’epilogo, quasi una variazione di quello del Nosferatu di Robert Eggers, col cannibalizzare le diverse suggestioni interessanti tra cui quella su una maternità “velenosa”.