Intervista ad Alberto Barbera

Il cinema dei giovani e il ruolo dei festival nel Ventunesimo secolo

Raffaele Rossi · 18 settembre 2026


S’è conclusa nello scorso fine settimana l’ottantatreesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il cinefestival più longevo al mondo e sicuramente il più importante in Italia. Il successo è stato ancora una volta significativo, con numeri importanti e in costante crescita. Ma, completato il primo quarto di secolo del nuovo millennio, anche la Mostra di Venezia s’è dovuta confrontare con l’attuale panorama audiovisivo in costante e impetuoso mutamento.

Per esempio, tra gli elementi di criticità di questa edizione in molti hanno notato la quasi totale assenza di registe donne in concorso (mitigata dalla vittoria dell’autrice danese Mayy al-Tukhi, che ha conquistato il Leone d’Oro con Woman Unknown), oppure la scarsa presenza di molte grandi produzioni (soprattutto blockbuster, invece presenti nel recente passato), o ancora i troppi influencer che hanno sfilato sul tappeto rosso ed erano poi presenti alle proiezioni. Alcune grandi distribuzioni cinematografiche, forse, potrebbero avere optato per altri festival di lancio magari anche perché scoraggiate proprio dalle trasformazioni nel panorama degli addetti dell’informazione presenti al Lido, ormai non più rappresentati soltanto da coloro che “coprono” il festival attraverso servizi su radio o tv, articoli pubblicati su giornali, riviste e siti web, quanto piuttosto tramite i reel e assecondando le dinamiche algoritmiche da social.

Sia come sia, comunque, qualcosa sta cambiando e sta smuovendo le fondamenta di un’industria che da anni si rinnova di fronte all’avvento delle nuove tecnologie. E in questa scossa il ruolo dei giovani appare oggi cruciale più che mai. È proprio la nuova generazione, infatti, che dal periodo post-Covid è tornata a riempire i cinema e popolare i festival; ed è questa stessa generazione che parla regolarmente dei film, nella realtà e sul web, attivando un passaparola sempre più decisivo anche per gli incassi al box office. Si tratta della stessa generazione emersa da internet fino a raggiungere le sale cinematografiche.

In questa intervista, Alberto Barbera, storico direttore artistico della Mostra, analizza proprio questo cambiamento epocale, osservando come e quanto il pubblico sia cambiato nei suoi ormai diciotto anni di direzione della kermesse lagunare e, al tempo stesso, re-immaginando il ruolo e il valore dei festival cinematografici nella distribuzione di contenuti audiovisivi: mentre l’industria si ritrova al bivio, il ruolo dei festival come intermediari rimane infatti vitale. In tal senso, le sue parole offrono una prospettiva rincuorante e ottimistica, rispetto alle analisi spesso apocalittiche che annunciano la morte della produzione cinematografica. La produzione e con essa la distribuzione cinematografica stanno attualmente vivendo, secondo Barbera, l’ennesima rivoluzione tecnologica e sociale. Così, se da un lato la creatività viene affidata sempre più spesso a prompt e algoritmi, dall’altro i recenti successi in sala di piccoli horror indipendenti come Obsession (diretto da Curry Barker, 26 anni) e Backrooms (firmato da Kane Parsons, 21 anni) smentiscono ancora una volta tali tendenze. Un ruolo centrale in questi mutamenti tanto impetuosi lo ha certamente la diversa composizione del pubblico cinematografico, con un calo sempre più evidente dell’età media.

Direttore, i giovani continuano ad aumentare anche alla Mostra del Cinema di Venezia. Può essere considerato proprio questo il dato maggiormente positivo che lei ha riscontrato negli ultimi anni?

«È sicuramente l’elemento più evidente. Il pubblico del festival è cambiato tantissimo. L’età continua a calare e la maggior parte degli spettatori ormai sono ragazzi e ragazze fra i 16 e 25 anni, persone appassionate e curiose, proprio come eravamo noi quando abbiamo cominciato a frequentare il festival cinquant’anni fa, o forse persino di più. Il dato è estremamente incoraggiante e in controtendenza rispetto ai discorsi che di solito si fanno. Molti sostengono, infatti, che i giovani non siano interessati al cinema, preferendo piuttosto i videogiochi, internet e i social media. Invece, i dati statistici ci dimostrano il contrario: il pubblico di oggi, anche in sala cinematografica, è composto in grandissima prevalenza, nell’80% dei casi, da ragazzi e ragazze. Lo stesso fenomeno accade alla Mostra di Venezia. E proprio per incentivare ulteriormente questa partecipazione, abbiamo implementato specifici programmi. Per esempio, gli studenti universitari hanno facilitazioni sui biglietti; e ogni anno ne arrivano da noi circa 2.800. Di conseguenza, il pubblico giovane della Mostra cresce enormemente di anno in anno».

Oltre all’aumento del pubblico giovane, sembra essere in atto finalmente anche un aumento di giovani esordienti dietro la macchina da presa. Quali sono secondo lei, in tal senso, le tendenze del cinema nel futuro?

«Il cinema sta cambiando con una rapidità impressionante. I film che hanno avuto maggior successo ultimamente – lasciando da parte i grandi blockbuster, come quelli di Nolan, o franchise come Spider-Man – sono proprio quelli realizzati da giovani o giovanissimi per un pubblico giovanile. In prevalenza sono film horror, il genere prediletto dai ragazzi. L’industria cinematografica, che tradizionalmente è lenta nel cambiare e nel rinnovarsi, ha finalmente capito che deve produrre film capaci di dialogare con questi spettatori. Per tale motivo, tutto sta cambiando: l’estetica dei film, il linguaggio visivo e narrativo, i soggetti, i temi».

Oltre ai giovani registi e al genere horror, cosa altro dobbiamo considerare quando pensiamo al futuro del cinema?

«C’è un elemento che sovrasta tutti gli altri: l’intelligenza artificiale. È la grande rivoluzione di questi anni e si sta imponendo in tutti i settori della nostra vita, creando al contempo preoccupazione, ansia e paura. Sappiamo che l’AI è qui per rimanere e che sarà utilizzata sempre di più anche nel cinema. Questo accadrà, innanzitutto, perché è più efficace ed economica rispetto agli effetti speciali digitali tradizionali. Ma la vera sfida che dobbiamo affrontare nell’immediato è come utilizzare questo strumento potentissimo al servizio della creatività degli artisti, dei registi e degli autori».

Nel 2026, siamo entrati nel secondo quarto del Ventunesimo secolo. Che cosa ci attende in ambito cinematografico?

«Sappiamo che il cinema continuerà a mutare a grande velocità. La sfida per i festival, Venezia in particolare ma anche tutti gli altri, è di riuscire a stare al passo con questi cambiamenti, non rimanere indietro, non restare ancorati a un’idea del cinema che appartiene già al passato. Dobbiamo seguire e, possibilmente, anticipare queste trasformazioni, senza chiusure e senza pregiudizi. Per esempio, dovremmo accogliere i film che utilizzano ampiamente l’intelligenza artificiale, purché controllati e guidati da un vero artista, da un regista, da un autore».

D’altronde, anche la Mostra è cambiata profondamente nel primo quarto di secolo del nuovo millennio. Sono cambiati il suo pubblico, la sua tecnologia, la sua programmazione e l’esperienza complessiva che offre. Che valore hanno oggi, dunque, i festival cinematografici?

«Il ruolo dei festival in questo cambiamento non è da sottovalutare. Cresce, infatti, il loro numero un po’ ovunque nel mondo e ciò significa che essi rispondono a un’esigenza reale. Il loro ruolo è di mediazione cruciale fra la produzione industriale, i film indipendenti, anche quelli marginali, e il momento successivo dell’incontro col pubblico attraverso i cinema e le piattaforme di streaming, che sono ormai i nuovi grandi distributori di contenuti audiovisivi. Il ruolo di cerniera che i festival svolgono è fondamentale per una ragione semplice: servono a dare indicatori al pubblico, dicono agli spettatori quali sono i film interessanti e che meritano di essere visti. Soprattutto oggi che l’offerta di prodotti audiovisivi è elevatissima, ma non tutto è bello e interessante, avere infatti un “segnalatore” diventa fondamentale. Inoltre, i festival servono a promuovere i film rispetto alla loro distribuzione successiva. E questa è una vetrina che non potrà mai perdere il suo valore: anche se quel valore cambierà negli anni, essa rimarrà comunque importante».

 

Per l’intervista al direttore Alberto Barbera, l’autore ringrazia Alberto Cozzutto, Elisabetta Ferrando e ARCA CinemaGiovani.


 ← Torna a INTERVISTE