La recensione del film sul "Nero a metà"

RECENSIONI

Je so' pazzo, ovvero un Pino Daniele tra pizze e friarielli

Daniele Esposito · 28 ottobre 2026


Pino Daniele è all’esterno di una pizzeria. Lo si intuisce dall’enorme insegna con la scritta “PIZZA” visibile in alto. L’uomo dietro alla vetrina dei fritti gli sta piegando una pizza a portafoglio da portare via. Nel frattempo, un gruppo di giovani con bandiere rosse in mano gli passa accanto. Uno di loro chiede al giovane Pino se vuole unirsi, ma lui gli risponde che «tene che fa’». Prende la pizza con le sue mani sporchissime e mangia mentre la rivoluzione gli passa accanto.

Questa è una tra le sequenze più rappresentative del discutibile approccio adottato dal regista Nicola Prosatore per raccontare, col suo secondo film Je so’ pazzo, i primi anni di carriera del cantautore napoletano. Il corpo e il volto di Massimiliano Caiazzo, infatti, ci restituiscono un Pino sempre impegnato a mangiare e a ridere, senza carattere e decisamente poco incline ai conflitti.

Lo scontro, fra culture, con la città, fra musicisti, è sempre stato il nucleo emotivo e generativo dell’arte di Pino Daniele. In Je so’ pazzo invece si sceglie di rifuggire lo scontro risolvendolo il più delle volte attraverso piccoli gesti.  Le difficoltà della sua formazione – solo economiche ed emotive, perché quelle fisiche sono solo accennate e poco necessarie alla struttura drammaturgica del film – sono incarnate esclusivamente dalla figura del padre (un sempre bravo Giovanni Ludeno), il quale però non si rivela mai davvero essere né un ostacolo narrativo concreto al successo di Pino, né il motore delle sue opere musicali degli inizi. Aspetto quest’ultimo su cui sarà doveroso tornare in seguito.

Anche i dolori e le inquietudini di Dorina, sua moglie, sono affrontate dal Pino di Caiazzo con una piccola carezza a letto e con un pianto infantile che pare risolutivo e assolutorio. Infine, i meravigliosi scontri d’amore e ostinazione in sala di registrazione fra James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito e il resto della superband di Pino, capaci di regalarci alcune tra le più lucenti opere d’arte della storia della musica leggera italiana, sono ridotti a un pacatissimo scambio di battute fra il mitico sassofonista  – fortunatamente mai pacato in vita - e il protagonista del film, il quale – come espresso benissimo dalla scena descritta in apertura – sceglie ancora una volta di fuggire, uscendo a fumare una sigaretta, piuttosto che “lottare”.

Appare paradossale la scelta di eliminare dal racconto della vita di Pino Daniele la rabbia, il desiderio di rinnovamento e lo scontro generazionale e linguistico invece così centrali e decisivi nella sua musica. Non a caso, Je so’ pazzo ripropone un difetto endemico di moltissimi biopic musicali contemporanei, troppo interessati a raccontare la solita parabola di ascesa al successo tipica delle star più grandi, piuttosto che incuriosirsi della ricerca artistica del musicista ritratto. Sembra che Napule è, per esempio, Pino l’abbia trovata in valigia insieme con la chitarra. Le influenze, le idee e il suo rapporto col territorio sono relegati a qualche didascalica dichiarazione del musicista napoletano.

Inoltre, proprio sul rapporto fra Pino e Napoli il film stecca completamente. La parabola narrativa da star prima descritta sembra costruire un banalissimo dualismo fra un Pino-buono, povero e che vive il porto e i vicoli della sua città con difficoltà, ma con trasporto; e un Pino-cattivo, ricco, di successo, che abbandona gli amici – la pessima parentesi su Rosario Jermano – in nome delle avide scelte di manager macchiettistici e soprattutto che “abbandona” Napoli. A risolvere tutto ciò, però, ci pensa il manualistico arco di trasformazione del personaggio che permette a Pino di redimersi e riabbracciare la sua terra con il leggendario concerto dei duecentomila in Piazza del Plebiscito nel 1981.

Credo che Pino abbia avuto un rapporto leggermente più complesso con Napoli, con le sue tradizioni, le sue idiosincrasie, i suoi slanci poetici e le sue grida violente e disperate. Non ha mai avuto bisogno di restare sul territorio o di farci pace per raccontarlo, né tantomeno di andar via per imparare ad amarlo e sentircisi legato. Anzi, è da sempre stato un rapporto di incontro-scontro quasi corporeo come quello con Dorina, con James e Tullio, con le inquietudini politiche del suo tempo e in particolare, con la musica.

La storia di Pino Daniele è una storia di rabbia, di lotta e di poesia. Perché probabilmente lui ha capito così bene Napoli anche se Napoli non ha ancora capito Pino Daniele. Je so’ pazzo ne è l’esempio. Per chi Nero non lo è neanche per un quarto, per chi non lo è stato e non lo sarà mai.


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