Un bel libro sugli esordi cinematografici
Opera prima: quando il cinema appare al mondo

Per gentile concessione della casa editrice Martin Eden pubblichiamo qui di seguito l'introduzione dell'autore, Romano Montesarchio, al suo libro Opera prima (456 pagine, 24 euro, prefazione di Giuseppe Gaeta), dedicato al racconto e all’analisi degli esordi cinematografici. Montesarchio, regista e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, presenta il volume domani, venerdì 2 ottobre, alle ore 19 a Napoli nell’ambito del Campania Libri Festival (Palazzo Reale, Sala Sciurella). Con lui, ne discutono i registi Mara Fondacaro, Guido Lombardi, Edgardo Pistone, con la moderazione affidata al direttore di Blackout, Diego Del Pozzo.
---------------------------------------------------------------------
Il primo film è il momento in cui un desiderio smette di proteggersi. Fino a quel punto il cinema può restare un’immagine privata, una vocazione coltivata nel silenzio, una somma di film amati, imitati o respinti. Poi arriva il momento in cui tutto deve prendere corpo e da quel momento non basta più amare il cinema, parlarne, studiarlo o desiderarlo. Bisogna farlo.
Questo libro nasce da una soglia. Dal momento sospeso in cui un film non esiste ancora come immagine, ma ha già smesso di essere solo pensiero. Quando l’idea tocca per la prima volta la sua forma possibile, e qualcosa di irreversibile comincia. Da quella soglia, il libro si muove. Attraversa la storia del cinema, raccoglie testimonianze dirette e prova a entrare nel lavoro concreto, dalla scrittura alla distribuzione. La sua natura è ibrida perché ibrido è spesso l’esordio. Un primo film porta in sé una necessità più forte del controllo. Per questo ho scelto una forma che tenesse insieme lo sguardo critico, l’esperienza didattica e il racconto del mestiere.
Scrivo queste pagine da docente di Cinematografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ma anche da regista che ha conosciuto l’esordio come promessa, impegno e ostinazione. L’ho attraversato una prima volta nel documentario, con La domitiana nel 2003, e una seconda volta nella finzione, con Glory hole nel 2024. Sono due film che qui resteranno fuori campo, perché il libro non nasce per raccontare il mio lavoro. Eppure, sarebbe falso fingere che quella doppia esperienza non conti. In entrambi i casi ho misurato quanto un primo film costi in termini di tempo, paura, solitudine, incoscienza, denaro, errori, incontri decisivi e fedeltà a un’immagine che, per molto tempo, esiste solo per chi la porta dentro. È anche da lì che guardo le opere prime degli altri. Non come formule critiche, ma come organismi vivi, conquistati contro una quantità di resistenze visibili e invisibili.
L’opera prima è un momento ambiguo. Raramente un film cambia davvero la storia del cinema da solo. Più spesso sposta un confine e rivela una possibilità. Alcuni grandi autori sono arrivati alla propria voce più tardi. Altri hanno avuto debutti imperfetti, laterali e preparatori. Ma ci sono opere prime che contengono una forza particolare perché mostrano un autore nel momento esatto in cui cerca il proprio posto nel cinema. Quarto potere, Ossessione, I 400 colpi, Fino all’ultimo respiro, Accattone, I pugni in tasca, Le iene non hanno semplicemente inaugurato carriere importanti. Hanno aperto un nuovo modo di pensare il cinema.
Un’opera prima è sempre il luogo in cui una vocazione si misura con il limite per la prima volta. Il limite economico, prima di tutto. Poi quello tecnico, produttivo e, soprattutto, quello relativo alla propria Weltanschauung. Il primo film è spesso il luogo in cui la mancanza diventa metodo. Si scrive con quello che si conosce, si gira dove si può, si lavora con chi accetta di crederci e si inventano soluzioni perché non esistono alternative. La libertà dell’esordio non è una condizione romantica. È una libertà difficile, piena di vincoli e, proprio per questo, capace talvolta di generare forme impreviste.
La prima parte del libro segue un percorso attraverso quattro territori del cinema. Il cinema globale, dove l’opera prima coincide spesso con la nascita di uno sguardo nazionale o con l’irruzione di una realtà rimasta ai margini. Il cinema americano, dove l’esordio dialoga con l’industria, la contraddice o la reinventa dall’interno. Il cinema europeo, dove il primo film diventa spesso rottura linguistica, gesto teorico e affermazione di una soggettività. Il cinema italiano, dove l’opera prima si lega con forza al rapporto tra individuo, territorio e corpo sociale del Paese. Ogni film scelto, senza alcuna ambizione enciclopedica, serve a illuminare un modo diverso di cominciare.
La seconda parte raccoglie conversazioni con registi italiani che hanno realizzato il loro primo film negli ultimi quarant’anni. Le loro parole compongono una specie di archivio del debutto. Non raccontano soltanto aneddoti di lavorazione, ma il modo in cui il cinema realizzato in Italia continua a nascere tra intuizioni, rifiuti, produttori inseguiti a lungo, bandi, festival, attori improvvisati, sceneggiature adattate alle necessità, set poveri e decisioni prese nell’urgenza. In molti casi, la storia di come un film è stato fatto diventa importante quanto il film stesso, perché rivela la materia concreta da cui nasce un’opera prima.
La terza parte riporta il discorso sul terreno della pratica. Scrivere, produrre, girare, montare e distribuire un primo film oggi significa conoscere il mestiere senza lasciarsi paralizzare dal mestiere. Significa accettare che il cinema sia un’arte collettiva, ma che alla fine qualcuno debba assumersi la responsabilità dello sguardo che tiene insieme tutto. Quello dell’autore, certo, ma anche quello del regista che decide dove mettere la macchina da presa, che cosa lasciare fuori, quale volto seguire, quale tempo rispettare e quale errore salvare.
Questo libro è rivolto agli studenti, ai giovani registi, ai cinefili, a chi ama i film e a chi vorrebbe farne uno. Accompagna chi legge dentro l’esordio, senza pretendere di indicare un percorso unico. Le opere prime qui raccolte mostrano, al contrario, che ogni primo film inventa la propria strada mentre prende forma. Fare un’opera prima significa consegnare agli altri qualcosa che fino a quel momento era rimasto protetto. Può essere amato, frainteso, dimenticato, riscoperto. Ma intanto è accaduto.
