Zach Cregger a Raccoon City!
RECENSIONI
Ecco il nuovo Resident Evil
Welcome (Back) to Raccoon City! La saga di Resident Evil, tratta dal celebre survival horror di Capcom, giunge all’ottavo capitolo e al secondo reboot dopo il fallimentare film diretto da Johannes Roberts. Stavolta però, a condurci fra gli orrori della fittizia cittadina del Midwest ci pensa Zach Cregger. Scelta insolita da parte della Constantin Film, società detentrice dei diritti cinematografici del franchise. Infatti, è vero che Cregger ha dimostrato con Barbarian (2022) e soprattutto con Weapons (2025) di saper realizzare horror di grande successo commerciale, però al tempo stesso non ha mai nascosto una forte ambizione autoriale. Inoltre, anche se in passato ha dimostrato di saper padroneggiare i meccanismi più “ludici” del genere, stavolta si ritrova alle prese con un franchise sorvegliato da un’agguerrita schiera di fan pronta a contestare qualsiasi deviazione dal canone videoludico e che, di conseguenza, avrebbe potuto soffocare le sue qualità espressive.
Dunque, Cregger sceglie la via più radicale e si discosta completamente dal materiale originale, tagliando via dalle vicende del suo film – semplicemente Resident Evil (2026) il titolo – gli storici protagonisti della serie di Capcom e costruendo il racconto attorno a Bryan, un giovane corriere di materiale medico che durante una consegna notturna si ritrova nel mezzo dell’epidemia biologica che ha trasformato Raccoon City in un inferno di morti viventi. Ma ciò che il regista elimina dalla trama, lo reintroduce sotto forma di personaggio, con le lamentale, i fastidi e i borbottii dei fan canalizzati proprio nel protagonista, interpretato da un ottimo Austin Abrams (il tossico del bosco di Weapons).
Bryan è un sempliciotto, un po’ meschino, ingabbiato nella burocrazia, lagnoso, distratto sul lavoro. In breve, non un eroe, né uno che aspira a diventarlo, bensì una persona qualunque che si ritrova a “giocare” a Resident Evil, ma con una pistola vera al posto di un joystick. Ed è qui che emerge la grande intuizione di Cregger. Più che raccontare un nuovo episodio ambientato nell’universo videoludico di Resident Evil, infatti, all’autore di Barbarian interessa mettere in scena l’esperienza stessa del videogiocatore. Bryan impreca alla vista di un lucchetto, si spaventa, ha scariche di adrenalina e si diverte a insultare una creatura appena abbattuta. Insomma, reagisce esattamente come reagirebbe chiunque stesse attraversando un capitolo della saga davanti a uno schermo. Tale intuizione si manifesta chiaramente nelle scelte registiche di Cregger, la cui macchina da presa è quasi sempre alle spalle del protagonista, sposando appieno il suo punto di vista grazie anche all’utilizzo di soggettive e lunghi piani sequenza che rendono ogni scena un’esperienza fisica e immersiva.
In tale contesto, la tipica miscela di orrore e comicità presente nelle precedenti opere di Cregger assume qui una nuova prospettiva, poiché il divertimento, le risate e il piacere di questo viaggio grottesco nella notte fatto di deviazioni e incidenti vanno sempre ricondotti alla dimensione che vive il videogiocatore durante una sessione di gioco.
Il discorso al riguardo, tuttavia, è ben più ampio e va associato alla lunga serie di modelli e citazioni cinematografiche di cui il nuovo Resident Evil è pieno. Sarebbe facile, infatti, collegare questo aspetto “giocoso” della poetica di Cregger al cinema di Raimi (in particolare La casa 2) o a quello di Yuzna e Gordon – il siero verde dell’antidoto rievoca Re-Animator – ma, in realtà, le influenze più profonde sembrano essere altre. Il regista americano dimostra di aver assimilato anche la lezione di John Landis e dei fratelli Coen, quando orchestra una folle corsa nella notte che sembra fondere l’energia anarchica di Tutto in una notte (1985) con i paesaggi innevati e il fatalismo di Fargo (1996).
Il risultato è un film che diverte moltissimo, colorato, spassoso, splatter eppure estremamente maturo, cupo, spietato e che non teme di concludersi con un finale beffardo, cinico e disperato, vicino per spirito a quello di Un lupo mannaro americano a Londra (1981). Del resto, è proprio questo ciò che Landis e i Coen hanno insegnato al cinema: la comicità non attenua l’orrore, ma ghigna rivolta di fronte all’abisso. Cregger lo sa bene e, infatti, mentre quest’idea di cinema in Weapons finiva per smarrirsi in una struttura eccessivamente frammentata, appesantita dalla moltiplicazione dei punti di vista e da un inefficace approccio pynchoniano alla materia narrativa, in Resident Evil riesce a trovare un suo compimento attraverso una struttura narrativa semplice e lineare che abbraccia gli archetipi senza remore. E quando il sentimento in questione è il più ancestrale di tutti – la paura – non si può prescindere dal suo utilizzo.
Proprio grazie a tutta questa ricerca stilistica, dunque, il regista statunitense riesce a raccontare senza mezzi termini un’America post-trumpiana nella quale sono i mostri a dominare il mondo, gli scienziati non sono malvagi ma tragicamente stupidi e, soprattutto, in cui ognuno di noi è come Bryan, infantilmente infastidito dall’apocalisse piuttosto che furente. Per questo è costretto a fuggire senza meta, fra un incidente e l’altro, per tentare di sopravvivere. Così, Cregger riesce finalmente a realizzare qualcosa che Guillermo Del Toro sostiene essere molto complicato oggigiorno: un film per adulti, maturo e intelligente. I capricci dei ragazzini troppo cresciuti li lascia tutti dall’altra parte dello schermo, alle espressioni e agli atteggiamenti di Bryan. In fin dei conti, lui preferisce affrontare un’apocalisse zombie piuttosto che richiamare Michelle per sentirsi dire che potrebbe diventare padre.
E questa forse è la battuta più divertente e riuscita dell’intero film.

