Nei cinema italiani il terzo film di Damian McCarthy

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Hokum e la difficile arte di credere alle streghe

Daniele Esposito · 9 August 2026


Ohm Bauman è nel suo letto d’ospedale. Sembra stare bene. È pronto a scrivere l’ultima pagina della saga del “Conquistador”, fenomeno editoriale che gli ha procurato fama e successo. Prima però, entra Alby, facchino e gelataio a tempo perso. In realtà, anche lui dice di fare lo scrittore. È lì per far visita proprio a Ohm e per chiedergli di leggere il suo manoscritto. Ma, prima di lasciarlo, gli confessa di avere versato della droga nella fiaschetta di whisky che Ohm ha già prosciugato. Lo scrittore abbassa lo sguardo sui lividi che gli segnano i polsi e noi spettatori ci chiediamo: quanto visto finora è realtà o si tratta di hokum, fandonie?

S'intitola proprio così il nuovo horror di Damian McCarthy, Hokum. Terza fatica del regista irlandese che dopo Caveat e Oddity prosegue la sua riflessione sul sovrannaturale, sull’elaborazione del lutto e sullo spazio come proiezione della mente. Lo fa raccontando la storia di uno scrittore (Adam Scott) giunto in un isolato albergo irlandese per disperdere le ceneri dei genitori e che ben presto si ritrova risucchiato in un'indagine tra inquietanti leggende locali, una misteriosa scomparsa e la presunta presenza di una strega. 

La premessa sembra quella di un classico folk horror. Invece, McCarthy costruisce un congegno narrativo sfuggente, un rompicapo di generi cinematografici che si sviluppa come un puzzle narrativo e linguistico nel quale convergono il mistery, il thriller investigativo e l’archetipo della casa infestata.

Le differenti linee narrative – il dramma interiore di Ohm, la scomparsa di una dipendente dell’albergo e la leggenda della strega confinata nella “Honeymoon suite” – trovano la loro sintesi negli spazi attraversati dal protagonista, veri e propri dispositivi attraverso cui il film organizza il proprio mistero. Man mano che la vicenda prosegue, McCarthy rinchiude l’odiosissimo Ohm in ambienti sempre più angusti: dall’albergo alla suite infestata, dallo scantinato fino al cerchio di gesso che dovrebbe proteggerlo dall’entità che lo perseguita. Lo spazio diventa così un dispositivo narrativo prima ancora che scenografico. È come se il regista trasformasse il film in una complessa escape room che ha lo scopo di condurre il suo protagonista a una dolorosa elaborazione del lutto.

Dunque, anche il racconto assume questa forma labirintica: il puzzle presenta forme discontinue, diverse, difficili da incastonare. Il film procede per continue aperture e deviazioni, consegnando allo spettatore nuovi frammenti delle diverse linee narrative. Così, insieme con Ohm – alla ricerca di una via di salvezza negli anfratti spaziali che lo circondano – lo spettatore tenta di ricomporre un racconto stratificato, fatto di ellissi e visioni nelle quali reale e immaginario finiscono per confondersi. 

Tuttavia, in seguito a un’affascinante parte centrale dominata dalla suggerita presenza della strega, Hokum sembra però spostare progressivamente il proprio baricentro verso il thriller, privilegiando la dimensione umana – miserabile e meschina – già disseminata nel corso del racconto. Scelta che depotenzia la componente fantastica della vicenda e che conduce al finale descritto in apertura, costringendo lo spettatore a rileggere retroattivamente il film sotto un’altra prospettiva.

La possibile negazione del fantastico, o almeno la sua messa in discussione attraverso una possibile spiegazione razionale e psicologica, fa evaporare la dimensione folk horror, restituendo una tendenza sempre più evidente dell’horror contemporaneo, quasi intimorito dall'idea di lasciare davvero esistere mostri, vampiri, fantasmi e streghe. Il Meraviglioso generato da queste figure archetipiche – e che Hokum riesce a evocare nella sequenza nella suite dedicata alla strega – viene spesso sostituito da metafore di un trauma o di disagio sociale e mentale, come sottolineato anche dai due horror di grande successo della stagione: Obsession e Backrooms.

Dunque, viene spontaneo interrogarsi su quel termine così pregnante e illuminante utilizzato da McCarthy per dare il titolo al film. Hokum significa infatti "fandonie", "sciocchezze", ma nel gergo dello spettacolo indica anche un espediente artificioso pensato per suscitare una precisa reazione del pubblico. A cosa allude davvero McCarthy? Alle superstizioni e alle leggende che alimentano da sempre l'immaginario horror oppure alla confessione finale di Alby?  

Forse, l’unica vera fandonia è proprio quella che dovrebbe spiegare tutto: la droga nella fiaschetta. Le streghe esistono. E, se di spazi e di luoghi si è parlato, proviamo almeno a farle esistere nel loro spazio ideale: lo schermo cinematografico.


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