Intervista a Paolo Baiguera

Memorie familiari e Intelligenza Artificiale

From Bologna, Beatrice Senatore · 30 October 2026


L’uomo più bello del mondo è un cortometraggio di Paolo Baiguera presentato nella Competizione Internazionale del festival Archivio Aperto, che s’è concluso in questi giorni a Bologna. Il corto dialoga con le nuove possibilità tecnologiche fornite dall’Intelligenza Artificiale e mette al centro del racconto una storia familiare mancante: quella dello zio del regista, zio Michele, scomparso a causa dell’AIDS e mai conosciuto da Baiguera.
Il lavoro parte da un archivio di sole venticinque fotografie, le uniche memorie visive che rimangono di Michele. All’interno della cornice di una videocall tra madre e figlio, quindi, il documentario s’interroga su come si possa ricordare e affrontare un tabù familiare, mettendone in discussione anche la rappresentazione tramite il medium fotografico e il suo rapporto complesso con la memoria. La storia di Michele viene, infatti, ricostruita partendo da una fonte “vera” cioè le venticinque fotografie, unite a una fonte che possiamo definire ricostruita, cioè la messa in movimento delle immagini realizzata attraverso l’Intelligenza Artificiale. Dal punto di vista sonoro, invece, si contrappongono la voce della madre del regista, cognata di Michele, che lei ricorda con affetto ma anche con sofferenza per la malattia che l’ha portato via, e una seconda voce: quella fredda, politically correct della macchina (IA).
L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale viene fatto in maniera sapiente: prima di tutto evidenziando come l’algoritmo abbia chiari pregiudizi razziali e relativi all’orientamento sessuale. Il lavoro recupera memorie familiari dandone una nuova visione e interpretazione, tramite strumentazioni digitali del presente. Senza lo strumento dell’Intelligenza Artificiale, infatti, il film non sarebbe stato realizzato allo stesso modo. Il cortometraggio ha alcuni punti di contatto con Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, il film del 2002 nel quale la regista e figlia cerca di ricostruire la figura della madre morta suicida, anche in questo caso grande tabù della sua famiglia. Anche in L’uomo più bello del mondo il regista e nipote ricostruisce la figura di Michele, in questo caso morto per l’AIDS. I due registi, dunque, ricostruiscono la figura dei rispettivi familiari secondo il loro sguardo.
Baiguera, com’è nato il suo cortometraggio?
«Nel 2025 ho partecipato al workshop Nouvelle Bug, votato al cinema e alle possibili espressioni artistiche attraverso i nuovi media. È nella cornice di questo workshop che nasce L’uomo più bello del mondo.  È stato bello, perché il lavoro ha avuto una nascita collettiva, dato che proprio nella discussione con gli altri partecipanti mi è stato consigliato il tool IA che poi ho utilizzato. Ho sempre voluto raccontare la storia di mio zio, e sapevo che sarebbe stato un progetto che, prima o poi, avrei realizzato. Il workshop mi ha dato il modo».
Nel cortometraggio si contrappongono due voci: quella di sua madre e quella dell’IA. Ci può raccontare come hanno dialogato queste due voci così diverse?
«Parto dal mio iter realizzativo. Ero a conoscenza del tool IA e sapevo come funzionasse, dei bullet point della sua analisi, che è più o meno strutturata sull’orientamento sessuale, politico e su eventuali altre analisi di hobbistica. L’IA è finalizzata al marketing, dunque consiglia prodotti. Successivamente, ho fatto la videochiamata con mia madre, che ha scannerizzato le fotografie con una stampante un po’ vecchia, dando anche, involontariamente, un look preciso a tali fotografie. Il dialogo è venuto abbastanza automatico in montaggio. Sono state giustapposte due voci, il discorso di un bias sistemico (IA) determinato da paramenti collettivi, e la narrazione emotiva di mia madre che ha permesso di registrare anche i suoi bias. La giustapposizione è efficace, a parer mio, per dare senso al tabù. Ovviamente, emerge anche un’esposizione di due modalità molto differenti di analisi, ricordo e attribuzione di valore alle fotografie».
Come è stato per lei dare voce e ricostruire una persona vicina ma allo stesso tempo lontana nella sua storia familiare?
«Il cortometraggio, e forse questo non emerge nel lavoro finale, partiva da una sorta di rabbia, nel senso che nella mia famiglia io sono l’unico che non ha mai conosciuto lo zio Michele. Mi erano arrivati una serie di frammenti, racconti, però c’era anche stata una sorta di sepoltura di questa figura all’interno della famiglia. Il lavoro è partito da questo, anche perché io ho proprio Michele come secondo nome, il mio completo è Paolo Michele Baiguera, nonostante nessuno mi avesse mai detto nulla di lui. Un tema interessante è questa sorta di nostalgia per qualcuno che non hai mai conosciuto. È un sentimento strano da affrontare, che sicuramente io provo per zio Michele».
Come hanno reagito i suoi familiari, che conoscevano Michele, di fronte al cortometraggio?
«Le reazioni sono state molto particolari e determinate dalla generazione di appartenenza. Mia madre, cognata di Michele, ha reagito con affettuoso entusiasmo. Mio padre, il fratello, che avevo provato a far partecipare senza successo, s’è emozionato. I miei fratelli, di una generazione più grande della mia, hanno subito in maniera strana l’applicazione dell’IA sia come tool analitico che generativo nel corto. Inizialmente, hanno avuto una distanza maggiore, successivamente hanno apprezzato».
L’utilizzo dell’IA come tool generativo, per animare le immagini, è stato una specie di “violenza” per i suoi familiari?
«C’è quella sensazione per cui loro lo conoscevano e lo avevano visto muoversi, io no. C’è una grande differenza emotiva su questo aspetto. Quindi sì, soprattutto all’inizio condividevo quest’idea: animare le fotografie mi spaventava molto. Mi sembrava un passaggio quasi “transumanista”. Abbiamo tradotto la vita di quest’uomo in un’altra maniera e lo abbiamo fatto effettivamente muovere. In realtà, su questo tema non ho una risposta precisa… La verità emotiva ha superato qualsiasi tipo di ragionamento filosofico. Ciò che arriva è il desiderio di vedere questa persona che si muove: l’IA, in questo senso, è un tool molto efficace. Perché quel tipo di archivio non esiste. Esiste un layer ulteriore: quello che volevo creare con l’associazione tra ciò che dice l’IA e mio zio che si muove è una sorta di dialogo, una risposta di questo mio zio ipotetico».
Com’è stato per lei e la sua famiglia rendere pubblica questa storia privata, tabù per la sua stessa famiglia?
«È stato strano. Non trovo il cortometraggio “pornografico”, nel senso che non credo che esponga dettagli estremamente intimi della storia. Sono molto personali sicuramente l’emozione e la storia, ma non vengono spettacolarizzate. Da questo punto di vista non è stato ricevuto “male”. Quella che porto nel cortometraggio, comunque, è la mia prospettiva. È la mia storia rispetto a questo familiare, è la mia prospettiva rispetto a questa storia negata».


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