Incontro con Jasmine Trinca a "Maestri alla Reggia"

REPORTS

Dai primi passi con Moretti ai venticinque anni di cinema

From Caserta, Alessia Pia Mastroianni · 30 October 2026
 

Ci sono incontri in cui il cinema smette di essere soltanto visione e diventa occasione di racconto, confronto e scoperta. È questo lo spirito di Maestri alla Reggia, la rassegna promossa dall’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e organizzata da Cineventi, da nove edizioni ambientata nella suggestiva cornice della Reggia di Caserta con protagoniste alcune tra le voci più significative del cinema italiano.
L’edizione 2026, inaugurata il 29 ottobre nel Vestibolo superiore della Reggia, ha accolto Jasmine Trinca come protagonista di un incontro condotto dal giornalista Federico Pontiggia, per ripercorrere di fronte al pubblico della rassegna venticinque anni di carriera, attraversati da registi, personaggi e storie differenti, ma soprattutto i tanti aspetti di un mestiere che continua a essere per lei uno spazio di ricerca e trasformazione.
Il suo ingresso nel cinema non nasce da un progetto preciso. Quando incontra Nanni Moretti per La stanza del figlio, infatti, Jasmine ha appena diciotto anni e un’idea di futuro piuttosto lontana dal diventare attrice: sogna di studiare archeologia e seguire una strada diversa. È proprio quell’assenza di ambizione attoriale, quella spontaneità quasi inconsapevole, a incuriosire Moretti. «Non volevo fare l’attrice», racconta ripercorrendo un inizio che le avrebbe invece cambiato il corso della vita. Eppure, quando le viene chiesto cosa ami di questo mestiere, la risposta restituisce una delle chiavi più interessanti del suo rapporto con la recitazione: la possibilità di giocare. Non un gioco superficiale, ma la libertà di abitarlo con serietà, di concedersi uno spazio nel quale sperimentare identità, emozioni e possibilità differenti.
Dopo La stanza del figlio, Trinca pensa persino di abbandonare quel mondo. A farle cambiare idea, però, arriva La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, seconda importante esperienza sul set e nuova occasione per avvicinarsi alla professione. A questo punto, la domanda sorge spontanea: «Ma quando ci si riconosce davvero nella definizione di attrice?». Per Trinca non esiste un momento preciso: accade probabilmente quando si cominciano a compiere scelte diverse rispetto alle proprie origini cinematografiche, uscendo dall’immagine iniziale per cercare qualcosa di nuovo, lungo un passaggio che prende forma anche attraverso film come Romanzo criminale.
A scandire il racconto sono le immagini di alcuni tra i suoi lavori più significativi. La visione di una clip di Miele, diretto da Valeria Golino, diventa l’occasione per ricordare Carlo Cecchi, presenza importante nel suo percorso. Un uomo burbero, lo definisce, ma capace di lasciarle tracce profonde. Sul set la spronava senza troppi giri di parole: «Non si sente quello che dici, sembra che dici l’Ave Maria!». Un rimprovero che, a distanza di anni, restituisce il valore di quegli incontri capaci di mettere in discussione un’interprete e spingerla oltre i propri limiti.

È proprio parlando di Miele che emerge un altro aspetto centrale del suo lavoro: il rapporto tra esperienza personale e personaggi. Trinca racconta di attingere spesso al proprio archivio emotivo, lasciando che vissuti e sensazioni incontrino le storie che interpreta. Tra vita e finzione si crea così uno scambio continuo: qualcosa della propria esistenza confluisce nel personaggio e qualcosa del personaggio torna nella vita reale. Il cinema, in questo senso, può diventare anche una forma di elaborazione del dolore. Dove spesso le persone non sanno cosa fare delle proprie ferite, Trinca sembra trovare proprio nella dimensione creativa uno spazio in cui trasformarle, attraversarle e restituire loro una forma.

Un passaggio importante dell’incontro è dedicato a Fortunata, il film di Sergio Castellitto che le è valso il David di Donatello come miglior attrice protagonista. Un’esperienza che Trinca descrive come l’incontro con un cinema eccessivo, fatto di parole, emozioni e gesti portati al limite, distante dalla sua natura e dalla tendenza a trattenere che aveva caratterizzato alcune interpretazioni precedenti. Anche un incidente sul set, la frattura di una caviglia, assume un significato particolare. Secondo il regista, infatti, quella rottura rappresentava simbolicamente un passaggio necessario per entrare davvero nel personaggio. Fortunata è per Trinca un racconto eroico: la storia di una donna che, dopo aver attraversato difficoltà e fragilità, trova il coraggio di scegliere e riprendersi il proprio spazio. La decisione di tenere con sé la figlia, anziché accettare che le venga portata via, diventa una forma di emancipazione. È questa l’idea di femminile che l’attrice riconosce: la possibilità di compiere quel passo che permette finalmente di scegliere per sé.

La conversazione si sposta poi sulla sua esperienza dietro la macchina da presa. Con Marcel!, Trinca affronta per la prima volta la regia di un lungometraggio, scoprendo quanto il cambio di prospettiva possa modificare anche il modo di guardare al proprio lavoro di attrice. Sul set e, soprattutto, al montaggio, cerca l’imprevisto, l’inciampo, quell’elemento fuori posto capace di rendere una scena meno prevedibile e più autentica. Non vuole che ogni ciak sia una ripetizione perfetta del precedente. Una consapevolezza che porta con sé anche quando torna davanti alla macchina da presa: non cercare sempre di fare bene nello stesso modo, ma lasciare spazio a qualcosa di inatteso.

Verso la fine dell’incontro riaffiora il legame con Nanni Moretti e l’emozione di ritrovarlo in occasione di un nuovo progetto, Succederà questa notte, in uscita nelle sale italiane il 3 dicembre. Un ritorno che riporta inevitabilmente alla prima volta sul set, a quell’inizio quasi casuale da cui tutto è partito. Di Moretti, Trinca riconosce il rigore, la dedizione e soprattutto un amore profondo per il cinema: la capacità di sentirsi parte di quel mondo e di utilizzarlo per raccontare storie agli altri. Un rapporto che si riflette nel suo modo di abitare il set, nella cura per gli ambienti, gli oggetti e i dettagli che contribuiscono a costruire la narrazione.

A venticinque anni da quel primo incontro, dunque, Jasmine Trinca continua a riconoscere nel cinema uno spazio di possibilità, un luogo in cui lasciarsi sorprendere e mettere in discussione, attraversando storie che finiscono sempre, in qualche modo, per parlare anche di sé. È forse questo il senso più profondo del suo racconto alla Reggia: il mestiere dell’attrice non consiste soltanto nel dare corpo a personaggi diversi, ma nel concedersi ogni volta la possibilità di cambiare, perdere qualcosa di sé e ritrovarlo sotto una forma nuova. Continuando, soprattutto, a giocare.

 ← Return to REPORTS