Un film sulla disumanizzazione algoritmica

REVIEWS

Naza, l’umanità in tempi bui

Ida Rotunno · 4 October 2026


All’inizio era il deserto. Dove oggi sorge Tel Aviv ancora nel 1909 era il deserto. È questo l’incipit di Naza, il film documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, in concorso quest’anno all’ottantatreesima edizione della Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, dove s’è aggiudicato il Premio speciale della giuria. Il riferimento iniziale è al mito fondativo secondo cui Tel Aviv sarebbe sorta dal nulla, ma i registi, sin dalle prime immagini, tentano di decostruire tale narrazione, mediante filmati d’archivio che testimoniano della distruzione degli insediamenti palestinesi nel corso dei decenni.

Il loro film intende raccontare dall’interno i meccanismi e le strategie militari, spesso guidate dall’intelligenza artificiale, impiegati per eliminare i bersagli durante gli attacchi aerei e missilistici israeliani su Gaza a partire dal 7 ottobre 2023. Lo fa attraverso le testimonianze di ventiquattro uomini, soldati, ufficiali ed esponenti dell’intelligence militare israeliana, intervistati nel buio dei tetti di Tel Aviv. Un buio che travolge e annienta chi guarda. Inquadratura dopo inquadratura, infatti, lo sgomento e l’orrore, uniti a un senso di inquietudine e forse colpa, crescono e conducono lo spettatore alla consapevolezza che quel deserto iniziale è il deserto dell’anima, un’anima non più capace, ormai, di abitare la domanda, la messa in discussione del reale. Stride concettualmente, è l’ossimoro della storia.

In tal senso, Naza produce un cortocircuito su più livelli: emotivo, logico, storico. E porta a chiedersi come sia possibile, come è potuto accadere che la memoria storica si sia annichilita a tal punto da far sì che la storia si ripetesse al contrario. Gaza diventa la cornice di una missione da compiere, capace di generare soddisfazione e appagamento al pari di un videogioco. E poco male se c’è qualche danno collaterale. Proprio questo è il significato del termine “Naza”, acronimo utilizzato dai militari israeliani, derivante dall’ebraico “Nezek Agavi”, che letteralmente significa appunto “danno collaterale”. Nell’opera di Yuval Abraham e Rachel Szor assume il significato di quota di civili sacrificabili, ovvero la stima numerica di vittime civili che i servizi segreti reputano accettabile.

Il termine Naza diventa così l’emblema della disumanizzazione algoritmica, le vite umane sono trasformate e ricondotte a un termine tecnico-burocratico. Naza, il film, assume dunque la forma di un grido di dolore e un atto d’accusa e denuncia contro la guerra contemporanea, quella che prende avvio a partire dalle grandi “catene di montaggio della morte” che sono state la Prima e la Seconda guerra mondiale. Le umane esistenze diventano numeri; la produttività e l’efficientismo industriali riscrivono il codice della guerra, i volti e gli sguardi umani scompaiono nel buio delle notti di Tel Aviv che è il buio della civiltà, in un mondo che fa della delega algoritmica la cifra stanca del proprio agire automatizzato.

Alle immagini della distruzione, della devastazione e delle macerie di Gaza fanno da contraltare la normalità e le costruzioni ordinate di Tel Aviv: le luci della città, la vivacità notturna e i grattacieli moderni. Ed è questo contrasto, forse, l’elemento più disturbante del film. Le inquadrature insistono sugli interni: le case di Tel Aviv quasi sempre illuminate dagli schermi televisivi che rompono la monotonia del buio della notte. È il chiaro riferimento alla narrazione in cui sono immersi quanti scelgono di non uscirne, continuando a cullarsi nel suo grembo comodo e rassicurante per non fare i conti con le proprie colpe, con la propria incapacità di dire no. Forse non solo gli israeliani. Naza parla di noi.


← Return to REVIEWS