Bilancio finale di Venezia 83 in sei punti

RESOCONTI

I vincitori e un riassunto critico conclusivo della Mostra del Cinema 2026

Da Venezia,
Lorenzo Di Paola · 13 settembre 2026


S’è chiusa sabato sera tra proiezioni, riflessioni politiche e le consuete polemiche l’ottantatreesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ecco com’è andata la seconda settimana in sei punti.

La questione femminile attraverso Woman Unknown. Anche quest’anno non sono mancate le critiche alle decisioni della giuria. A sorpresa, sbanca il concorso Woman Unknown di May el-Toukhy (nella foto, vestita di bianco) aggiudicandosi il Leone d’oro e la Coppa Volpi a Mathilde Arcel. Sebbene il regolamento della Mostra vieti allo stesso film di vincere due categorie principali, il voto unanime della giuria gli avrebbe permesso di ricevere sia il Leone sia il premio alla migliore interpretazione. Nella storia del festival, ciò era accaduto soltanto altre due volte: nel 1993 con Tre colori – Film blu di Krzysztof Kieślowski e nel 2004 con Il segreto di Vera Drake di Mike Leigh. Le critiche sostengono che l’opera sia stata premiata in quanto unica in concorso firmata da una donna – assieme a NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, subentrato in secondo momento. Oltre al documentario israeliano, i principali candidati della stampa internazionale erano Wild Horse Nine di Martin McDonagh e Possible Love di Lee Chang-dong.

Maggie Gyllenhaal rincara la dose. Alla primissima domanda post-premiazione sulla vittoria di Woman Unknown, così come era già avvenuto durante la conferenza stampa di apertura, la presidente di giuria Maggie Gyllenhaal ha prima stemperato il tono con una battuta («In realtà non l’ho visto, ho semplicemente pensato: “È fatto da una donna, quindi Leone d’oro”»), alla quale ha fatto seguire una risposta più seria. «Naturalmente, mi aspettavo quella domanda. Ci sono molti film realizzati da donne che non mi piacciono e alcuni che non mi piacciono affatto, proprio come i film realizzati da uomini. Io ho un voto, proprio come ogni membro di questa giuria, quindi tutte le decisioni che prendiamo sono sempre complicate e comportano sempre molte discussioni. Credo di essere stanca di parlare sempre dello stesso argomento. Continuerò a farlo, ma solo per un momento, qui in questo posto incredibile, voglio semplicemente celebrare un film realizzato in modo brillante, che ho percepito come un raggio laser».

Una vera lotta alla Coppa Volpi femminile. Se nel corso della prima settimana hanno rubato la scena la vincitrice Mathilde Arcel e le incredibili sorelle Kate e Rooney Mara in Bucking Fastard, diverse attrici si sono distinte per le loro interpretazioni durante la seconda. Le due grandi contendenti al premio sono state Alba Rohrwacher e Vanessa Scalera, rispettivamente protagoniste di Un bon petit soldat di Stéphane Brizé e Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis. La prima gioca di sottrazione, con picchi esplosivi nei momenti clou della storia; la seconda porta sulle spalle il ritmo forsennato di una narrazione di stampo teatrale e partenopeo. Ultime ma non per importanza Ivana Lotito (figlia di Scalera nel racconto di De Angelis) e la doppia prova di Jasmine Trinca, nelle atmosfere thriller/orrorifiche di L’estranea di Paolo Strippoli e nei meravigliosi primi piani che la ritraggono in Succederà questa notte di Nanni Moretti. Non c’è stata battaglia, invece, per la Coppa Volpi maschile, vinta dal maestoso John Malkovich di Wild Horse Nine.

I venticinque minuti di standing ovation a NAZA. Il Premio speciale della giuria all’agghiacciante docu-inchiesta di Yuval Abraham e Rachel Szor rappresenta un’importante vittoria mediatica per la questione medio-orientale. Lo dimostrano i venticinque minuti di applausi che il pubblico della Sala Grande gli ha riservato la sera della prima, tra la commozione e le bandiere palestinesi sventolate. Non sono comunque mancati alcuni dubbi, a partire da quelli della critica: in molti si sono chiesti, infatti, quanto abbia senso considerarlo un vero e proprio film piuttosto che un’inchiesta giornalistica glorificata, appellandosi alla mancanza di un’idea cinematografica concreta. Checché se ne dica, resta cruciale l’esposizione data a un’ulteriore testimonianza del genocidio tuttora in corso nella Striscia di Gaza, l’ennesima prova delle responsabilità degli orrori del governo israeliano. E i primi effetti si stanno già avvertendo: il Ministro israeliano alla Cultura, Miki Zohar, ha chiesto la revoca della cittadinanza ai due registi Abraham e Szor, accusandoli di “tradimento”.

Leoni d’argento e produzioni decennali. Otto anni dopo Burning, Lee Chang-dong realizza Possible Love, sceneggiatura dalla gestazione decennale ispirata dai veri licenziamenti di massa in Corea del Sud. Il suo racconto dialoga direttamente col Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski (il comandamento che apre i due film è lo stesso: “Non desiderare la roba d’altri”), tanto che inizialmente s’è creduto che facesse parte del remake Netflix dello storico serial dell’autore polacco. Assieme a Wild Horse Nine e Naza, è probabilmente il film più politico della Mostra, da Leone d’oro, “declassato” ad argento e premio FIPRESCI. L’altro argento: a un ventennio dall’inizio del progetto DAU, dopo i vari passaggi tra Berlino e Parigi, l’opera mondo di Il'ja Chržanovskij arriva a Venezia e conquista il premio alla regia. Si tratta di un lungometraggio gargantuesco dalla lunghezza monstre di settecento ore, diviso in tredici lungometraggi come preludio al racconto del fisico premio Nobel Lev Landau. Verrà ricordato per la magniloquenza estetica o resterà prigioniero della sua storia produttiva?

Documentari e sociopolitica. Il legame al reale è stato un tema centrale della Mostra, con tantissimi documentari presenti nelle varie sezioni. Tra questi, dunque, ci piace qui nominarne alcuni: Joie de Vivre di Luca Guadagnino, Oasis: Don’t Look Back in Anger di Will Lovelace e Dylan Southern, Musk di Alex Gibney, Biografía de Jorge Luis Borges di Mariano Llinás, Weichen di Tsai Ming-liang, The Road to Jericho di Amos Gitai, My Undesirable Friends di Julia Loktev, Shumei: The Living Legacy of Kabuki di Takashi Miike, Union Town, From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor di Wim Wenders, The Pervert’s Guide to Utopias di Sophie Fiennes. S’è distinto anche il mockumentary Peccato di Valerio Vestoso, l’esilarante storia alternativa della carriera di Emanuela Fanelli. Molte tra queste opere trattano con insistenza questioni politiche e sociali, che anche il Premio alla migliore sceneggiatura in concorso, andato a Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, ha inteso sottolineare con la giusta attenzione.


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